La pratica del cuore: Commedia in tre atti

ventaglio

PRIMO ATTO

Ambientazione: La contea di Albemarle, Virginia. Primavera del 1874.

VOCE FUORI SCENA: Esistono uomini che attraversano la vita come se fosse una proprietà privata recintata da confini invalicabili. Non chiedono permesso, né avanzano pretese, poiché comprendono che il mondo non è altro che una somma di attivi e passivi, e loro sono il perno attorno a cui ruotano le finanze, le reputazioni e il destino delle famiglie decadute. Alvise, un nome che suona estraneo tra le colline della Virginia, non è un borioso; la boriosità è una debolezza concessa a chi ha bisogno di convincere il prossimo. Lui, semplicemente, possiede. E nel gioco dei matrimoni, sa bene che l’unica variabile davvero pericolosa — l’unica che può mandare in bancarotta un piano perfetto — è l’imprevedibilità del genere femminile.

Scena 1 – Il Salotto di rappresentanza

(Un salotto in stile Federal, arredato con mobilia pesante di mogano. Dalle finestre filtra la luce dorata del pomeriggio sulla Virginia. Alvise, in abiti scuri di fattura impeccabile, siede composto su una poltrona a schienale alto. Di fronte a lui, Elena, la minore, gli porge una tazza di porcellana con mani che tremano appena. A lato, Sofia, la maggiore, siede con un ventaglio di seta nera che impugna come un’arma bianca.)

ALVISE (Posando la tazza con precisione millimetrica) La questione dei tenimenti a valle è stata risolta. Il catasto ha confermato i confini, e la resa del tabacco quest’anno è stata inferiore alle proiezioni. La gestione richiede, ora più che mai, una figura di polso che riporti ordine tra i salariati e le messi.

ELENA (Con un filo di voce, arrossendo fin dietro le orecchie) Sarebbe un onore, Alvise. La vostra visione della tenuta è ammirevole.

SOFIA (Chiudendo il ventaglio con un secco “clack” metallico che fa sobbalzare la stanza) Una “figura”, Alvise? Scegliete termini così industriali che quasi mi aspetto di veder entrare un contabile invece di un corteggiatore. Mia sorella non è un amministratore di condominio da sottoporre a inventario. È una ragazza che vive di poesie di Keats, non di tabelle di rendimento agricolo.

ALVISE (Senza scomporsi, fissando Sofia) Le poesie sono eccellenti ornamenti per le serate di pioggia, Sofia. Ma la stabilità è ciò che permette di averle, la carta su cui sono scritte e il tetto sotto cui vengono lette.

SOFIA (Sorridendo ferocemente) Lei ha un modo così… coloniale, di gestire le conversazioni. Pianta bandiere su ogni centimetro di terreno che calpesta, come se il solo parlarne le conferisse un titolo di proprietà divino.

ALVISE (Con una calma glaciale) Pianto bandiere solo dove il terreno è fertile e merita di essere coltivato. Il resto è solo erba incolta.

Scena 2 – Il Giardino d’inverno

(Il sole sta calando, proiettando ombre lunghe sulle felci. Alvise cammina lungo il porticato. Sofia lo raggiunge, il passo rapido, lo sguardo carico di una sfida che non ha ancora trovato sfogo.)

SOFIA Mia sorella è innamorata dell’idea di lei. È affascinata dalla sua corazza. Ma non si accorge di ciò che è ovvio: lei non la guarda nemmeno. Lei guarda solo l’ordine che lei potrebbe gestire nella sua casa, il perfetto ingranaggio di una domesticità che le serve per completare il suo impero.

ALVISE (Fermandosi, voltandosi lentamente verso di lei) E lei, Sofia? Perché si prende tanto disturbo? Se sono davvero un automa senz’anima, perché il suo sarcasmo è così… frenetico?

SOFIA (Esitando, il ventaglio che le vibra tra le dita) Per proteggerla. La vostra è una sorta di… conquista burocratica. È noioso, Alvise. È un attacco al senso dell’esistenza di una donna.

ALVISE (Accennando un sorriso sottile) La noia è il lusso dei ricchi, Sofia. E lei è incredibilmente ricca di tempo, a quanto vedo. Ma si sbaglia su tutto. Io non sto conquistando nessuno. Sto valutando chi, tra voi due, ha la lucidità di capire che il potere non si negozia con gli scherzi da salotto.

SOFIA (Punta nel vivo) E chi le dice che io non lo capisca, questo potere? Chi le dice che io non sia in grado di leggere il suo bilancio meglio di chiunque altro?

ALVISE Allora lo dimostri. Smetta di recitare la parte della sorella maggiore cinica e protettrice. È una maschera che non le dona affatto, perché si vede lontano un miglio che le sta stretta. Lei non vuole proteggere sua sorella, Sofia. Lei vuole che io sia quello che lei desidera, ma ha troppa paura di ammetterlo.

Scena 3 – Il commiato (Il Salotto)

(È il giorno della partenza. Le valigie sono pronte. La tensione nell’aria è elettrica. Elena è radiosa, Sofia è pallida, le mani serrate in grembo.)

ALVISE (Rivolto a Elena) Elena, la attendo a fine mese. Ho fatto predisporre i documenti per la gestione dell’intera ala nord della tenuta. Sarà un lavoro eccellente, ne sono certo.

ELENA (Entusiasta) Sarà il progetto della mia vita!

SOFIA (Intervenendo, la voce che incrina la compostezza) Ma è tutto troppo rapido! Non si può… non si può organizzare un affetto come se fosse un contratto di fornitura per il mercato del cotone!

ALVISE (Si volta, con una lentezza che sospende il tempo nel salotto) Cara Sofia. Lei ha passato mesi a cercare di smontare la mia figura, sperando che io perdessi la pazienza, il controllo, o la mia gelida compostezza. Ha trasformato ogni mio gesto, ogni mia parola, in un “gioco di potere” per giustificare la sua resistenza. Ma c’è una cosa che lei, nella sua arroganza intellettuale, ha dimenticato.

SOFIA (Sussurrando) Cioè?

ALVISE (Avvicinandosi, abbassando la voce finché diventa un sussurro gelido) Che io, in questo gioco, sono l’unico che sa esattamente cosa vuole. Elena vuole la sicurezza di un nome e di una casa. Lei… lei voleva un avversario che la tenesse sveglia la notte, qualcuno che non si lasciasse abbattere dai suoi vezzi. Ma è troppo tardi per cambiare ruolo. La pratica è chiusa.

(Alvise le prende la mano e la bacia con un’eleganza che la lascia senza fiato, paralizzata. Poi si volta verso Elena con un sorriso che sembra un sigillo notarile.)

ALVISE Andiamo, cara. Il tempo è una risorsa troppo preziosa per sprecarla in malintesi geografici o sentimentali.

(Alvise esce. Sofia resta immobile, il ventaglio abbandonato su una sedia, come un cadavere di seta. La sua “protezione” si è rivelata una trappola che ha costruito con le sue stesse mani, lasciandola nell’ombra del portico.)

VOCE FUORI SCENA Sofia aveva confuso il cinismo con la superiorità morale. E mentre l’uomo che deteneva il potere si allontanava verso una vita ordinata, a lei non restava che il dubbio atroce: essere stata sconfitta non dal sentimento della sorella, ma dalla propria, inutile, messa in scena. La pratica del cuore era stata archiviata, e lei non era nemmeno stata inserita nell’indice.

SECONDO ATTO

Scena 4 – Il vuoto del salotto (Il processo interiore)

(La stanza è immersa nella luce plumbea del tramonto. Sofia è rimasta esattamente dove era, immobile. Accanto a lei, come un’ombra che ha preso corpo, siede Andrea. Non è un’allucinazione, è la parte di lei che ha smesso di mentire.)

ANDREA (Accarezzando il bordo del ventaglio abbandonato) È partito, sorellina mia. La carrozza è oltre il crinale. Hai vinto la tua guerra di posizione, Sofia. Il territorio è liberato dalla presenza dell’invasore. Perché hai quell’aria da veterana che ha perso la guerra proprio mentre firmava la pace?

SOFIA (Con voce roca) L’ho sbertucciato per mesi. Ricordi il giorno in cui ho fatto sostituire il suo tabacco aromatico con trucioli di segatura e polvere di pepe? È rimasto seduto in veranda per un’ora, fumando quella schifezza con la solita espressione da sovrano in esilio, senza battere ciglio.

ANDREA (Ridendo) Oh, sì. La “Sinfonia della Segatura”. Memorabile. E quando hai fatto credere a tutto il circolo che i suoi titoli di proprietà fossero stati revocati da un decreto federale mai esistito?

SOFIA Ha guardato il documento falso, ha sorriso appena — un sorriso che ora mi perseguita — e ha detto: “Un pezzo di carta interessante, Sofia. Ma il terreno rimane sotto i miei piedi, non nelle sue parole”. Non si è scomposto. Non ha urlato. Non mi ha mai chiesto perché lo facessi. Mi ha trattata come una fastidiosa burocrazia minore.

ANDREA E tu, per vendicarti di questa sua imperturbabilità, hai innescato il “Protocollo dell’Ingaggio”. Hai raccontato in giro, con la massima discrezione, di essere ufficialmente promessa al giovane colonnello Preston. Una menzogna così ben costruita che ora sei obbligata a sposare un uomo che non sopporti, solo per non dover ammettere che quella diga l’hai alzata per vedere se lui l’avrebbe abbattuta.

SOFIA (Si copre il volto con le mani) Speravo che mi portasse via di peso. Che rompesse le regole, che perdesse il controllo, che smettesse di essere il notaio del mio destino. Volevo che il suo potere si spezzasse contro la mia insolenza.

ANDREA E invece lui ti ha guardata, ha archiviato la pratica, ha preso la sorella docile ed è andato via. Sai qual è la verità, Sofia? Non ti sei innamorata di lui oggi. Te ne sei innamorata la prima volta che, col tuo sarcasmo più velenoso, hai cercato di ferirlo e lui non ha sanguinato. Volevi un uomo che fosse il tuo specchio, e hai trovato un uomo che è il tuo soffitto.

SOFIA (Alzandosi di scatto, camminando nervosa) Ho passato mesi a costruire un labirinto di scherzi, trappole e offese studiate, pensando che fosse un gioco. Credevo che lui fosse un borioso che giocava a fare l’imperatore. Ma non è così. È un uomo che vede il mondo come un dato di fatto. E io… io ero solo una variabile che non riusciva a calcolare.

ANDREA (Sussurrando all’orecchio di lei) L’ha calcolata benissimo. Ti ha lasciata nel tuo labirinto. È la vendetta più elegante che un uomo come lui potesse orchestrare. Ti ha lasciata con il tuo colonnello, con il tuo sarcasmo, con la tua reputazione intatta e con il tuo cuore che urla in un salotto vuoto.

SOFIA (Fermandosi davanti alla finestra) Se potessi tornare indietro, non direi una parola. Non pianterei una sola trappola. Mi siederei accanto a lui, in silenzio, e accetterei che lui possieda il mondo. Perché ho capito, solo ora che la carrozza è lontana, che tutto ciò che ho fatto — ogni scherzo, ogni umiliazione, ogni muro — non era altro che una richiesta disperata di essere notata.

ANDREA (Con una crudeltà affilata) Troppo tardi. La “pratica” è chiusa. Hai costruito una corazza di cinismo così spessa che lui l’ha presa per la tua vera natura. Ti ha creduta. È questa la tua vera condanna: essere stata così brava a recitare la parte della donna che non ha bisogno di nessuno, che alla fine sei rimasta sola davvero.

SOFIA (Sussurrando) È andato via con la mia vita. Ha preso la mia casa, ha preso mia sorella, e mi ha lasciato solo l’ironia. Un magro conforto per chi muore di freddo.

(Sofia si siede di nuovo. Andrea svanisce, lasciandola sola nel buio. L’unica cosa che resta nella stanza è il silenzio, interrotto solo dal ticchettio di un orologio a pendolo, che conta i secondi di una vita che ora, finalmente, le sembra insopportabilmente reale.)

Sofia rimane immobile nel buio, gli occhi fissi sul mobile intarsiato che Alvise amava tanto. Il ticchettio dell’orologio scandisce un ritmo che non è più quello della sfida, ma quello di un verdetto. Allunga una mano sul tavolino, dove giace un libro dalla copertina sobria, quasi anonima, che Elena le ha lasciato lì il mattino stesso, incartato come un regalo da poco prezzo.

TERZO ATTO

Dopo qualche tempo.

SOFIA (Con un sorriso amaro, rivolto al vuoto) “Il regalo di mia sorella , che non sa di avermi consegnato al mio carnefice.”

(Le sue dita sfiorano la copertina, accarezzando quel nome: A. V. Maledictus. Il celebre scrittore che si nascondeva dietro uno pseudonimo, ignaro di quanto, in realtà, fosse trasparente ai suoi occhi. Apre il libro a caso, quasi per istinto, cercando una conferma che — nel profondo — teme di trovare). I suoi occhi scorrono le righe. La stanza intorno a lei sembra restringersi. Non sono parole stampate: sono i suoi gesti, le sue parole, la sua stessa voce che le balzano incontro dalle pagine. Il respiro di Sofia si fa corto, il battito le martella nelle orecchie.)

Sofia chiude il libro di scatto. L’aria nella stanza sembra farsi densa. Dalle ombre della libreria, una figura si stacca dal buio: è Andrea. Ha lo stesso sguardo di ghiaccio di Sofia, ma un sorriso ancora più tagliente.

ANDREA (Con una nota di scherno) “Così, la grande stratega è stata finalmente superata. Ti ha trasformata in inchiostro, Sofia. Ti ha archiviata. Ti senti ancora così superiore, adesso che sei diventata solo un capitolo nel libro di un notaio?”

SOFIA (Senza voltarsi, la voce ferma) “Non sono stata superata. Sono stata studiata. C’è una differenza abissale. Lui pensava di aver chiuso una pratica, ma ha solo dimenticato di controllare la firma in calce.”

(Sofia si siede alla scrivania. La penna graffia la carta con un rumore secco, quasi metallico. Andrea le si avvicina alle spalle, osservando il foglio bianco.)

ANDREA (Inclinando la testa) “Vuoi rispondere con la letteratura? Alla rubrica letteraria del tuo giornale? È patetico. Speri davvero che leggendoti lui capisca che stavi solo aspettando che smettessi di fingere? Credi che gli interessi la tua verità?”

SOFIA (Leggendo a voce alta mentre scrive, ogni sillaba è una lama) “Al lettore, o forse a chiunque si sia lasciato incantare dalla prosa di A. V. Maledictus. È singolare come un uomo che si definisce ‘notaio’ del vero, possa mancare di un dettaglio così elementare: ogni protagonista, prima o poi, si accorge di essere in un libro. E quando se ne accorge, smette di seguire il copione.”

ANDREA (Ridendo piano) “Oh, lo colpirai. Lo colpirai proprio dove il suo ego di scrittore è più fragile. Ma dimmi, Sofia: tutto questo sarcasmo serve a nascondere il fatto che, se lui tornasse oggi, tu bruceresti questo foglio in un secondo?”

SOFIA (Si blocca. La penna resta sospesa a mezz’aria. Il suo sguardo, riflesso nel vetro scuro della finestra, è freddo.) “Non tornerà. E se tornasse, non sarebbe per me, ma per vedere se il suo personaggio ha reagito come aveva previsto. Il gioco è cambiato. Non è più una partita a due, è una sfida tra chi scrive la vita e chi, finalmente, ha deciso di riscriverla.”

(Andrea svanisce nell’ombra, lasciandole solo l’eco del suo cinismo. Sofia, sola, riprende a scrivere con una precisione chirurgica.)

SOFIA (A voce alta, rivolta al vuoto della stanza) “Caro Maledictus. La tua prosa è impeccabile, ma la tua analisi psicologica è mediocre. Hai descritto il mio cinismo con la precisione di un ragioniere, senza accorgerti che lo usavo solo per coprire l’unica cosa che non avresti mai saputo gestire: una donna che non hai saputo conquistare, e che quindi hai preferito inventare.”

(Sofia firma il foglio con un gesto ampio e sprezzante. Si alza, prende il libro e lo ripone con cura nella libreria, non tra gli altri, ma in bella vista. Come un trofeo di guerra.)

SOFIA (Con un sorriso che non ha nulla di dolce, ma tutto di una vittoria imminente) “Non hai chiuso la pratica, Alvise. Hai solo aperto un processo. E io sarò il giudice, la giuria e l’unico testimone che conta. Adesso, Alvise… adesso sarai tu a dover temere la fine del volume.”

(Il silenzio della casa è tornato, ma ora è carico di una tensione elettrica. Sofia spegne la lampada. Non sta aspettando che lui torni; sta aspettando che lui apra il prossimo fascicolo del giornale e trovi, dentro, la sua condanna.)

D. Malecogita

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