Il concerto: Commedia in tre atti

ventaglio bianco

PRIMO ATTO

Ambientazione: Filadelfia, Pennsylvania. Primavera del 1874.

Il concerto da camera si teneva al Musical Fund Hall, in una sala troppo grande per il numero degli invitati.

Alvise era venuto senza particolare curiosità.

Conosceva personalmente l’organizzatore e, qualche settimana prima, gli aveva promesso il proprio sostegno. Quando dava la sua parola, non era solito ritirarla. Per questo aveva accettato l’invito, anche se quella sera avrebbe preferito occuparsi dei propri affari.

Si accomodò nella parte laterale della sala.

Il concerto era già cominciato.

Per qualche minuto seguì la musica senza distrazioni. Poi, quasi per caso, il suo sguardo attraversò lo spazio centrale e si fermò su una donna seduta nella fila opposta.

Non aveva mai visto quella donna.

Non fu il volto ad attirare la sua attenzione.

Fu il ventaglio.

Era bianco.

E continuava a muoversi.

La donna lo apriva, lo agitava davanti al viso, lo abbassava e lo rialzava con un movimento ampio e regolare. Non sembrava un gesto occasionale. Lo ripeteva continuamente, quasi che il ventaglio avesse assunto una funzione propria e dovesse accompagnare la musica.

Alvise la osservò per qualche secondo.

All’inizio gli sembrò soltanto una stravaganza.

Poi riconobbe il gesto.

Sofia.

Era esattamente così che Sofia aveva maneggiato il proprio ventaglio nero.

Alvise tornò a guardare il quartetto.

Passarono pochi istanti.

I suoi occhi tornarono alla donna.

Ancora quel movimento.

Il ventaglio bianco saliva e scendeva.

La donna sembrava completamente assorta nella musica.

Alvise cominciò allora a osservarne il volto.

Da quella distanza non poteva esserne certo. Il profilo, però, gli provocò una sensazione che non riuscì a liquidare come semplice impressione.

C’era qualcosa di Sofia.

Non abbastanza da dire che fossero somiglianti.

Abbastanza da ricordargliela.

Fu allora che Alvise fece una cosa che normalmente non avrebbe fatto.

Guardò intorno.

Osservò gli altri spettatori, le porte laterali, l’organizzatore in fondo alla sala.

Poi tornò alla donna.

Il ventaglio continuava a muoversi.

Alvise si accorse che, mentre gli altri ascoltavano la musica, lui stava ascoltando un’altra cosa: quel gesto. Non era il ventaglio a interessarlo, ma il fatto che qualcuno avesse scelto di compierlo davanti a lui.

Il quartetto entrò nell’ultimo movimento.

Alvise cercò di riportare l’attenzione sulla musica.

Non ci riuscì.

La donna continuava ad agitare il ventaglio.

Quando il quartetto terminò, nella sala si levò un applauso breve.

La donna chiuse il ventaglio.

Alvise poté osservarne meglio il volto.

La somiglianza gli apparve ancora più difficile da definire.

Non era Sofia.

Di questo era certo.

Quella donna era più adulta e aveva nel volto una severità che Sofia non aveva mai posseduto.

Eppure il gesto del ventaglio era inconfondibile.

Alvise si alzò.

L’organizzatore lo raggiunse quasi subito.

«Sono contento che siate venuto.»

«Avevo dato la mia parola.»

L’uomo sorrise.

«E come sempre l’avete mantenuta.»

Parlarono del concerto e delle future iniziative del circolo.

Alvise lo ascoltava con la consueta attenzione.

Ma cercava la donna.

La vide dall’altra parte della sala.

Aveva riaperto il ventaglio.

Uno svolazzo.

Poi un altro.

Alvise interruppe per un istante la conversazione.

«Conoscete quella signora?»

L’organizzatore si voltò.

«Quale?»

Alvise indicò discretamente.

L’uomo seguì il gesto.

«No. Credo sia stata invitata da qualcuno degli esecutori.»

Alvise annuì.

Quando tornò a guardarla, la donna lo stava osservando.

Questa volta non c’era alcun dubbio.

Si erano visti.

La donna chiuse lentamente il ventaglio.

Poi sorrise.

Era un sorriso appena accennato, privo di cordialità.

Alvise fece per muoversi nella sua direzione.

La donna si voltò.

Cominciò ad attraversare la sala.

Non aveva fretta. Ma neppure sembrava intenzionata a fermarsi.

Alvise si arrestò.

Non era uomo da inseguire una donna che desiderava essere inseguita.

La donna raggiunse una porta laterale.

Prima di uscire, si voltò ancora una volta.

Il ventaglio bianco era aperto.

Un ultimo svolazzo, lento.

Poi scomparve.

Alvise rimase immobile per qualche secondo.

Non conosceva il suo nome.

Non sapeva perché fosse venuta.

Ma aveva già compreso una cosa.

Quella donna sapeva chi fosse lui.


L’organizzatore lo trattenne ancora qualche minuto.

Parlarono di una futura serata, di alcune persone che avrebbero potuto contribuire alle attività del circolo e della necessità di mantenere il sostegno dei benefattori.

Alvise ascoltò.

Quando finalmente uscì dalla sala, la vide nel corridoio.

Era a una certa distanza e sembrava consultare il programma della serata.

Alvise rallentò.

La donna sollevò gli occhi.

Lo vide.

Richiuse immediatamente il ventaglio e si allontanò.

Questa volta Alvise non ebbe più dubbi.

Lo stava evitando.

Non accelerò.

Proseguì semplicemente verso l’uscita.

Fuori c’era poca gente.

Un mendicante sedeva vicino alla scalinata.

Alvise lo riconobbe come l’uomo che aveva visto poco prima.

La donna gli era passata accanto e gli aveva lasciato qualcosa.

Alvise non poté sapere cosa.

Si avviò verso casa.

Durante il tragitto ripensò al volto della sconosciuta.

La lieve somiglianza con Sofia continuava a tornargli alla mente.

Ma più del volto ricordava il ventaglio.

Sofia aveva usato il ventaglio nero come parte di un gioco. Quella donna aveva scelto il bianco per qualcosa che ancora gli sfuggiva.

Non aveva intenzione di scoprirlo inseguendola.

Chi voleva parlare con lui, prima o poi avrebbe parlato.


Il giorno seguente Alvise non fece nulla.

Non domandò all’organizzatore chi fosse la donna. Non cercò di ricostruire l’elenco degli invitati. Non ne parlò con nessuno.

Tornò ai suoi affari.

Eppure il ventaglio bianco gli tornò alla memoria più volte.

Non era la prima volta che una persona cercava di attirare la sua attenzione.

Era però la prima volta che qualcuno lo faceva senza cercare immediatamente un contatto.

La donna aveva scelto di farsi vedere.

Poi di sottrarsi.

Era questo a renderla interessante.

Non il mistero.

Il metodo.

Alvise aveva imparato da tempo che chi desiderava ottenere qualcosa da lui raramente glielo chiedeva direttamente.

Preferiva creare una situazione nella quale fosse lui a compiere il primo passo.

Non aveva intenzione di concederglielo.


Una sera, mentre era a tavola con Elena, nella contea di Albemarle in Virginia, si accorse che il pensiero della sconosciuta era tornato.

Elena lo guardò.

«A cosa pensate?»

Alvise esitò appena.

«A niente di importante.»

Elena sorrise.

«Quando dite così, di solito state pensando a qualcosa.»

Alvise non rispose.

Non voleva parlare della donna.

Non ancora.


Qualche settimana più tardi Alvise ricevette un nuovo invito dal medesimo circolo di Filadelfia.

Lo lasciò sul tavolo.

Per un momento pensò di non andarci.

Poi ricordò la promessa fatta all’organizzatore.

Andò.

La sala era la stessa.

Quella sera c’erano ancora meno persone.

Alvise entrò e guardò istintivamente verso l’altra navata.

Nessun ventaglio bianco.

Si sedette.

Il concerto cominciò.

Per la prima volta si accorse di essere deluso.

La cosa lo infastidì.

Non avrebbe saputo dire perché.

A metà del secondo brano, qualcuno prese posto nell’altra navata.

Alvise non si voltò immediatamente.

Vide soltanto una mano.

Poi il ventaglio.

Bianco.

Aperto.

Un grande svolazzo.

Alvise rimase immobile.

Continuò ad ascoltare la musica.

Il ventaglio continuò a muoversi.

Uno svolazzo dopo l’altro.

Quella volta fu la donna a cercare il suo sguardo.

Alvise non glielo concesse.

Continuò a guardare davanti a sé.

Per alcuni minuti non accadde nulla.

Poi il ventaglio si fermò.

La donna rimase immobile.

Quando il concerto terminò, Alvise si alzò e salutò l’organizzatore.

Non andò verso di lei.

La donna raccolse lentamente i guanti.

Chiuse il ventaglio.

Aspettò.

Alvise continuò a parlare con l’organizzatore.

Dopo qualche minuto, la donna passò davanti a lui.

Non disse nulla.

Il ventaglio bianco gli sfiorò appena il braccio.

Alvise si voltò.

Lei era già qualche passo più avanti.

Parve aspettare.

Alvise fece per muoversi.

La donna si voltò.

Per un istante i loro occhi si incontrarono.

Questa volta sul suo volto non c’era più neppure quel sorriso appena accennato.

C’era disprezzo.

Richiuse il ventaglio con un colpo secco e si allontanò.

Alvise rimase fermo.

Non la seguì.

La donna non voleva semplicemente attirare la sua attenzione. Voleva provocarlo.

E, per qualche ragione che ancora gli sfuggiva, aveva nei suoi confronti un risentimento personale.

Il giorno dopo tornò ai suoi affari.

Passarono due settimane.

Poi arrivò una lettera.

Non era firmata.

Conteneva soltanto poche righe.

«Avete sempre creduto che fosse una questione chiusa.

Vi sbagliate.»

Alvise la lesse due volte.

Non riconobbe la grafia.

Ripiegò il foglio e lo mise nel cassetto.

Non rispose.

Quella sera, prima di andare a dormire, tornò ad aprirlo.

Rilesse la lettera.

Per la prima volta gli venne il sospetto che la donna del ventaglio e quella lettera appartenessero alla stessa storia.

Non cercò conferme.

Richiuse il cassetto e rimase qualche secondo con la mano sulla maniglia.

Poi pensò:

E se questa volta fossi io a essere entrato nella partita di qualcun altro?

Tolse la mano.

«No.»

Andò a dormire.

SECONDO ATTO


Dopo qualche tempo, dall’altra parte della città, Anna non dormiva.

Aveva posato il ventaglio bianco sul comodino.

Lo guardava.

Era stata lei a portarlo.

Lei a scegliere il posto.

Lei a ripetere quel gesto per tutta la sera.

E adesso quella consapevolezza la irritava.

Aveva detto a se stessa di essere andata al concerto per ricordare ad Alvise ciò che era accaduto a Sofia.

Era vero.

Ma non era tutta la verità.

Voleva che Alvise la vedesse.

Questa ammissione le dava fastidio.

Lo odiava per Sofia.

Lo odiava perché aveva saputo chiudere la porta quando Sofia pensava di poterla tenere aperta.

Lo odiava perché non aveva accettato le regole della famiglia.

E forse lo odiava ancora di più perché, dopo tutto questo, sembrava perfettamente capace di continuare la propria vita.

Anna prese il ventaglio.

Lo aprì.

Lo richiuse.

Poi rimase immobile.

Perché aveva sentito il cuore accelerare quando i loro occhi si erano incontrati?

«È rabbia», disse.

La risposta non la convinse.

Una voce alle sue spalle disse:

«Naturalmente.»

Anna si voltò.

Il Doppio era seduto nella poltrona vicino alla finestra.

Non sembrava essere arrivato.

Era semplicemente lì.

Anna lo fissò.

«Non cominciare.»

«Non sono io che ho cominciato.»

Anna tornò a guardare il ventaglio.

«Lo odio.»

«Lo so.»

«Allora non capisco perché continui a tormentarmi.»

«Perché non è il fatto di odiarlo a tormentarti.»

Anna sollevò gli occhi.

«E cosa mi tormenta?»

Il Doppio indicò il ventaglio.

«Che lui l’abbia riconosciuto.»

Anna rimase in silenzio.

«Sapevo che l’avrebbe riconosciuto.»

«Sì.»

«Era quello che volevo.»

«Sì.»

«Allora?»

Il Doppio la guardò.

«Quando ti ha guardata, cosa hai provato?»

Anna rispose immediatamente.

«Rabbia.»

«Soltanto?»

«Sì.»

Il Doppio sorrise piano.

«Allora perché sei tornata al secondo concerto?»

Anna non rispose.

«Per Sofia», disse infine.

«Certo.»

«Era necessario.»

«Per cosa?»

Anna strinse il ventaglio.

«Perché capisse.»

«Che cosa?»

Anna esitò.

«Che Sofia non meritava quello che è successo.»

Il Doppio annuì.

«E il ventaglio?»

Anna lo guardò.

«Era il ventaglio di Sofia.»

«No.»

Anna si irrigidì.

«Era il tuo.»

Silenzio.

«Lo hai portato tu.»

Anna abbassò lo sguardo.

«Era un segno.»

«Esatto.»

Il Doppio si alzò.

«Volevi che lui lo riconoscesse.»

«E l’ha riconosciuto.»

«E quando l’ha riconosciuto?»

Anna non rispose.

Il Doppio aspettò.

«Quando l’ha riconosciuto», disse infine Anna, «ho capito che mi aveva vista.»

«Non è la stessa cosa.»

Anna lo guardò.

«Che cosa vuoi da me?»

«Che tu smetta di raccontarti che sei qui soltanto per Sofia.»

Anna si alzò.

«Io non sono Sofia.»

«Finalmente una cosa vera.»

«Io non gioco come lei.»

«No.»

Il Doppio guardò il ventaglio.

«Tu giochi credendo di non giocare.»

Anna rimase immobile.

«Domani parlerò con lui.»

«Finalmente.»

«Da sola.»

«Senza il ventaglio?»

Anna esitò.

«Senza il ventaglio.»

«Senza Sofia?»

Anna abbassò gli occhi.

«Senza Sofia.»

«E senza la famiglia.»

Questa volta Anna non rispose subito.

Poi annuì.

«Senza la famiglia.»

Il Doppio prese il ventaglio dal tavolo.

Lo chiuse.

«Bene.»

«Bene cosa?»

«Adesso puoi finalmente incontrare Alvise.»

Anna lo fissò.

«E se lui non volesse incontrarmi?»

Il Doppio le restituì il ventaglio.

«Questa è la prima cosa che dovrai accettare.»

Anna abbassò gli occhi.

«Tu hai deciso di andare da lui. Non hai deciso che lui debba venire da te.»

Quella frase rimase nella stanza.

Anna comprese allora che era precisamente quello il punto.

Per tutta la vicenda aveva pensato alla propria volontà.

Non aveva considerato fino in fondo la volontà di Alvise.

Ed era forse questo che più la irritava.

«Domani.»

«Domani.»

Anna spense la luce.

Il ventaglio bianco rimase sul tavolo, chiuso.

Per la prima volta non era un’arma, né un messaggio, né il ricordo di Sofia.

Era soltanto un oggetto.

E Anna avrebbe dovuto presentarsi davanti ad Alvise senza poter parlare attraverso di esso.


La mattina arrivò senza che Anna avesse realmente dormito.

Rimase per qualche minuto immobile nel letto.

Poi si alzò.

Davanti allo specchio disse:

«Non è un appuntamento.»

Il Doppio, alle sue spalle, rispose:

«Naturalmente.»

Anna lo ignorò.

Scelse un abito semplice. Non quello che avrebbe indossato per una serata mondana, né qualcosa che potesse sembrare studiato.

Poi tornò nella stanza dove aveva lasciato il ventaglio.

Era ancora lì.

Lo prese.

Il Doppio la fissò con ironia.

«Avevi detto senza.»

Anna lo guardò.

«Lo so.»

«Allora perché lo prendi?»

Anna esitò.

«Mi dà sicurezza.»

Il Doppio sorrise.

«Ecco la prima verità della giornata.»

Anna lo ripose lentamente.

«Non verrà con me.»

«Bene.»

Anna uscì.


Alvise, intanto, non sapeva nulla della decisione di Anna.

La sua mattina procedeva come tutte le altre.

Aveva carte da esaminare, lettere a cui rispondere, persone da incontrare.

La vita reale continuava.

Era questo, forse, a rendere la vicenda più strana.

La donna del ventaglio aveva introdotto nella sua mente una presenza che lui non aveva cercato.

Non perché la desiderasse.

Non ancora.

Ma perché aveva intuito in lei qualcosa che non riusciva a classificare.

Non era una donna che volesse semplicemente sedurlo.

Non era una donna che volesse soltanto insultarlo.

Voleva ottenere una reazione.

Alvise conosceva bene quel genere di gioco.

Aveva imparato che il modo più sicuro per perdere era accettare le regole stabilite dall’avversario.

Perciò non avrebbe cercato la donna.

Se voleva incontrarlo, sarebbe dovuta venire lei.


TERZO ATTO

Anna arrivò davanti alla villa nel primo pomeriggio.

Scese dalla carrozza e rimase ferma per qualche secondo.

Guardò il cancello.

Il Doppio le disse:

«Puoi ancora tornare indietro.»

«Lo so.»

«E allora?»

Anna fece un passo.

«Non sono venuta fin qui per tornare indietro.»

«Attenta.»

«A cosa?»

«Questa volta non hai il ventaglio.»

Anna si fermò.

Il Doppio sorrise.

«Adesso non hai niente con cui nasconderti.»

Anna attraversò il cancello.

Il domestico venne ad aprire.

Anna pronunciò il proprio nome.

L’uomo esitò appena.

«Il signor Alvise vi attende?»

Anna non seppe cosa rispondere.

Era una domanda semplice.

Eppure le sembrò improvvisamente la più difficile della giornata.

«No.»

Il domestico attese.

«Ma vorrei parlargli.»

L’uomo fece un passo indietro.

«Attendete qui.»

Anna entrò.

La porta si richiuse alle sue spalle.

Per la prima volta non c’erano concerti, invitati, ventagli, sguardi né altre persone.

Soltanto una casa.

E un uomo che ancora non sapeva perché lei fosse venuta.

Dal fondo del corridoio si sentì un passo.

Poi un altro.

Alvise apparve sulla soglia.

La riconobbe immediatamente.

Non sembrò sorpreso.

La guardò per qualche secondo.

Poi disse:

«Voi.»

Anna sostenne il suo sguardo.

«Sì.»

Una pausa.

Alvise guardò istintivamente le sue mani.

Nessun ventaglio.

Tornò a fissarla negli occhi.

«Questa volta non siete venuta per caso.»

«No.»

«E non siete venuta per il concerto.»

«No.»

Alvise attese.

«Allora perché siete qui?»

Anna avrebbe voluto rispondere subito.

«Per Sofia.

Per la famiglia.

Per quello che era successo.

Perché lo odiava.»

Ma nessuna di quelle risposte le sembrò più sufficiente.

«Sono venuta a parlare.»

«Di cosa?»

Anna rimase in silenzio per qualche secondo.

«Di Sofia.»

Alvise non cambiò espressione.

«Capisco.»

«Non credo.»

«Allora spiegatemi.»

Quella disponibilità la spiazzò.

Aveva immaginato un uomo sulla difensiva, pronto a respingere l’accusa.

Invece Alvise le stava semplicemente lasciando spazio.

«Voi avete chiuso con lei come se non fosse successo nulla.»

«Non è vero.»

«Sofia ha sofferto.»

«Lo so.»

«E non vi è importato.»

Alvise la guardò con maggiore attenzione.

«Questo non potete saperlo.»

Anna tacque.

Era una risposta semplice.

Ma le aveva tolto una certezza.

«Allora perché?»

«Perché cosa?»

«Perché avete chiuso?»

Alvise fece qualche passo nella stanza.

«Perché una relazione non può diventare un obbligo soltanto perché qualcuno la desidera.»

Anna sentì una fitta.

«Voi pensate di poter decidere tutto.»

«No.»

Alvise si fermò.

«Penso di poter decidere della mia vita.»

Anna lo fissò.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Alvise disse:

«Ma voi non siete venuta qui soltanto per Sofia.»

Anna si irrigidì.

«Perché lo dite?»

«Perché Sofia non usa più il ventaglio bianco.»

Anna sentì il sangue salirle al volto.

Il Doppio le tornò alla mente.

Non come una voce.

Come un avvertimento.

«Era un modo per farmi riconoscere.»

Alvise annuì lentamente.

«Lo avevo capito.»

Quella frase la colpì.

«E allora perché non avete detto niente?»

«Perché aspettavo che foste voi a farlo.»

Anna lo guardò.

Alvise continuò:

«Vi ho vista al primo concerto.»

Silenzio.

«Vi ho vista al secondo.»

Anna non distolse gli occhi.

«E ho capito che mi stavate cercando.»

«Non vi stavo cercando.»

Alvise sorrise appena.

«Siete qui.»

Anna non seppe cosa rispondere.

Il silenzio durò qualche secondo.

Poi Alvise domandò:

«Perché volevate che vi vedessi?»

Anna avrebbe voluto rispondere immediatamente.

Non ci riuscì.

Per Sofia.

Per la famiglia.

Per il proprio orgoglio.

Per il desiderio di provocarlo.

Tutte quelle risposte si erano confuse.

«Non lo so.»

Alvise rimase in silenzio.

Non sembrava soddisfatto.

Non sembrava neppure deluso.

Semplicemente accettava la risposta.

Ed era proprio questo a renderla difficile da sopportare.

Anna abbassò gli occhi.

Per la prima volta, da quando era entrata nella casa, aveva detto qualcosa che non poteva utilizzare come arma.

Alvise indicò una poltrona.

«Sedetevi.»

Anna esitò.

Poi si sedette.

Alvise rimase in piedi.

«Volete ancora parlarmi di Sofia?»

Anna lo guardò.

«No.»

«E allora?»

Anna inspirò lentamente.

«Questa volta voglio parlare di me.»

Alvise non rispose.

La frase rimase nella stanza.

Fuori, la luce del pomeriggio cominciava a cambiare.

Anna si accorse che il Doppio taceva.

Era la prima volta.

Non aveva una risposta da suggerirle.

Non aveva una domanda.

Non aveva una spiegazione.

Anna comprese allora che, forse, era proprio questo il momento per cui era venuta.

Non per accusare Alvise.

Non per difendere Sofia.

Non per vincere.

Ma per scoprire che cosa sarebbe rimasto di lei quando nessuno dei nomi degli altri avrebbe più potuto proteggerla.

Alvise attendeva.

«C’è una cosa che non vi ho mai detto.»

«Potete dirmela.»

Anna esitò.

«Forse non sono ancora pronta.»

Alvise annuì.

«Allora non ditela.»

Anna lo guardò.

Quella risposta la spiazzò più di qualsiasi domanda.

Per qualche secondo rimase immobile.

Poi si alzò.

«Tornerò.»

Alvise non le chiese quando.

«Lo immaginavo.»

Anna si avviò verso la porta.

Arrivata sulla soglia, si fermò.

Avrebbe voluto voltarsi.

Non lo fece.

Uscì.

Solo quando la porta si richiuse alle sue spalle, il Doppio tornò a parlarle.

«Adesso sai.»

Anna si fermò.

«Che cosa?»

Il Doppio non rispose.

– D. Malecogita

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