Tragedia amministrativa in quattro approdi
VOCE FUORI SCENA
C’è una categoria crescente nella storia delle civiltà, quella degli esploratori-attori.
Uomini che chiamano destino i propri errori ben finanziati.
Non navigatori, non conquistatori, ma uomini che attraversano il mondo recitando la parte del destino, mentre cercano disperatamente qualcuno che li applauda. In realtà aveva trovato il proprio limite.
Uno di questi casi approdò nelle isole dei Caraibi (Bahamas) convinto di aver trovato l’Asia. In realtà, incontrò la leggenda del Caribo, il racconto che i Taíno facevano dei loro feroci nemici — che Colombo trasformò nei “Karib” o “Cannibali” — termine da cui, secondo la traduzione riportata dalla Treccani, sarebbe poi derivata la parola “cannibale”, associata dagli europei all’antropofagia attribuita a quelle popolazioni, i Caribi.
All’inizio, la spedizione era nata per necessità economica, un navigatore genovese indebitato, respinto da mezza Europa, ossessionato dalle mappe e dalla possibilità di trasformare un errore geografico in una carriera imperiale.
La Corona gli aveva dato tre navi, qualche marinaio disperato e una quantità industriale di retorica religiosa.
Lui, in cambio, prometteva oro, spezie e salvezza eterna.
Portò invece febbri, incomprensioni linguistiche e verbali notarili scritti davanti a popolazioni che non parlavano una parola di spagnolo.
Ma il vero problema non fu l’oceano.
Fu la recita.
Perché Colombo non voleva soltanto scoprire terre.
Voleva essere visto mentre le scopriva.
Ogni approdo diventava teatro.
Ogni croce piantata nella sabbia sembrava dire: “Guardatemi. Sto entrando nella Storia.”
Eppure, dall’altra parte della spiaggia, i nemici dei “Cannibali” osservavano quella scena con crescente perplessità.
Arrivavano uomini coperti di velluto nero sotto quaranta gradi, convinti che agitare pergamene davanti alle palme producesse sovranità.
Parlavano da soli.
Pregavano ad alta voce.
Misuravano coste che non capivano.
Davano nomi nuovi a luoghi che avevano già nomi da secoli.
E soprattutto, pretendevano di spiegare il mondo a chi ci viveva già.
I nemici dei Cannibali — veri o immaginari che fossero — iniziarono lentamente a intuire una verità fondamentale:
gli europei non erano dei. Erano burocrati in armatura.
Scena 1 – “La Terra Promessa”
(Spiaggia tropicale. Caldo feroce. Colombo scende dalla nave con un drappo, una croce e due notai sudati. Dietro di lui, il suo Doppio: identico, ma spettinato, ironico, con la barba sporca di sale.)
COLOMBO
(alzando la bandiera)
In nome dei Re Cattolici,
prendo possesso di queste terre!
(Il silenzio della spiaggia è assoluto. Un pappagallo urla.)
(con calma)
IL DOPPIO
Non capiscono una parola.
COLOMBO
Non importa.
Conta il gesto.
Conta la Storia.
IL DOPPIO
No.
Conta che stai parlando da solo su una spiaggia, vestito come un notaio gotico precipitato in un cocco.
(Un gruppo di indigeni osserva da lontano. Uno mastica lentamente qualcosa. Un altro indica il cappello di Colombo e ride.)
COLOMBO
(continuando la cerimonia)
Queste popolazioni saranno illuminate dalla civiltà cristiana.
IL DOPPIO
Tu non sai nemmeno dove sei.
COLOMBO
Sono nelle Indie.
IL DOPPIO
Sei a migliaia di chilometri dalle Indie.
COLOMBO
(secco)
La geografia è negoziabile.
La gloria no.
Scena 2 – “I Cannibali”
(Notte. Fuoco acceso. Alcuni indigeni cucinano pesce. Colombo scrive freneticamente sul diario. Il Doppio legge alle sue spalle.)
COLOMBO
(scrivendo)
“Queste popolazioni appaiono semplici, docili…”
(pausa)
“…ma alcune tribù sembrano praticare il cannibalismo.”
IL DOPPIO
Hai visto qualcuno mangiare qualcuno?
COLOMBO
No, ma me l’hanno detto.
IL DOPPIO
Chi?
COLOMBO
Altri che non capivano la loro lingua.
Ma sembravano sinceri.
(Un indigeno si avvicina con una ciotola.)
INDIGENO
Pesce?
COLOMBO
(sospettoso)
Che tipo di pesce?
INDIGENO
Pesce.
IL DOPPIO
(con freddezza)
È straordinario.
Attraversi l’oceano per trovare mondi nuovi
e passi il tempo a inventarti mostri
per sentirti meno spaesato.
COLOMBO
Io devo scrivere qualcosa per la Corte.
IL DOPPIO
Ah.
Ecco il punto.
Non devi capire il mondo. Devi renderlo vendibile.
Scena 3 – “L’Oro”
(Interno improvvisato della nave. Umidità. Marinai esausti. Colombo mostra sassolini dorati come un televenditore rinascimentale.)
COLOMBO
L’oro è vicino.
Gli indigeni hanno indicato l’interno.
MARINAIO
Ammiraglio…
hanno indicato quella direzione ieri.
E l’altro ieri.
E pure martedì.
COLOMBO
Il viaggio richiede fede.
IL DOPPIO
No.
Richiede investitori.
COLOMBO
La Corona si aspetta risultati.
IL DOPPIO
E quindi trasformi ogni voce in promessa,
ogni collina in miniera,
ogni spiaggia in anticipo di impero.
(Un marinaio tossisce forte.)
MARINAIO
Con rispetto…
qui stiamo morendo di fame.
COLOMBO
La grandezza comporta sacrifici.
IL DOPPIO
Detto sempre dall’uomo col cappotto asciutto.
Scena 4 – “La Fine della Scoperta”
(Luci basse. Colombo anziano. Solo. Attorno a lui mappe sbagliate. Il Doppio resta in piedi nell’ombra.)
COLOMBO
(con voce stanca)
Ho aperto il mondo.
IL DOPPIO
No.
Hai aperto una pratica amministrativa lunga cinque secoli.
COLOMBO
Mi ricorderanno.
IL DOPPIO
Sì.
Ma non come pensi.
(Pausa lunga.)
COLOMBO
Credevo di portare civiltà.
IL DOPPIO
Portavi linguaggio notarile,
avidità monarchica
e una quantità patologica di certezze geografiche.
COLOMBO
E i cannibali?
IL DOPPIO
(ridacchia)
Forse esistevano.
Forse no.
Ma la vera tribù affamata
era quella salita sulle caravelle.
(Silenzio.)
COLOMBO guarda una mappa.
Le Indie non ci sono.
IL DOPPIO
Sai qual è la cosa più tragica?
COLOMBO
Cosa?
IL DOPPIO
Che hai scoperto un continente…
e sei morto convinto di aver avuto ragione.
(Una pausa. Poi il Doppio prende una coppa di vino.)
IL DOPPIO
Brindo alle mappe sbagliate.
Brindo agli uomini che chiamano “destino” i propri errori ben finanziati.
Brindo agli imperi costruiti su malintesi geografici e ottimo marketing.
(Beve.)
D. Malecogita