In politica, come nella vita, l’istinto può talvolta tradirci. Ma più spesso è la narrazione che tenta di salvarci. E quando una giovane sindaca, neanche quarantenne, riesce a produrre un comunicato che per mestiere, tono e strategia ricorda più un ex parlamentare di lungo corso che una neofita del Palazzo, è lecito sospettare che “dietro” ci sia qualcosa — o meglio, qualcuno.
Perché il comunicato di Katharina Zeller non sembra scritto da una quarantenne ai primi incarichi pubblici, sembra piuttosto il frutto di una lunga militanza, anzi, di una carriera iniziata prima ancora della sua nascita. È un testo preciso, calibrato, costruito con mestiere da chi conosce a menadito le regole della comunicazione istituzionale, le tecniche di inversione narrativa, e le formule della “non-scusa” politica.
Insomma, come direbbe qualcuno a Napoli, “ca’ nisciuno è fesso”. Sappiamo riconoscere la mano esperta dietro un volto giovane. Il che non è di per sé una colpa — anzi. Ma rende il gesto e la sua gestione successiva non un errore ingenuo, bensì una mossa studiata, pensata con lucidità e, soprattutto, con una certa abilità. Ed è proprio quella bravura, quella sapienza comunicativa così precoce, che merita di essere letta con attenzione. Perché ci racconta molto più del gesto, ci racconta una cultura politica.
Funzione difensiva, l’esordio sposta subito il focus sulla reazione degli altri, non sull’azione compiuta. Il rischio di strumentalizzazione viene evocato come minaccia esterna, il che suggerisce una volontà di controllare il frame narrativo.
È un’apertura tipica dei discorsi crisi-gestiti, scritta in un linguaggio formale e misurato, più da ufficio stampa che da espressione personale.
“…non deve essere interpretata come un gesto di disprezzo…”
L’uso del verbo “interpretare” introduce una distanza tra il fatto (la rimozione della fascia) e il suo significato. È un tentativo di neutralizzare il significato simbolico del gesto.
Tuttavia, riconoscere che l’azione può “essere interpretata” in quel modo implica già una certa consapevolezza del suo peso simbolico.
“Indosserò la fascia con il massimo rispetto… come sempre fatto anche dai miei predecessori…”
Qui si inserisce una strategia di normalizzazione locale. Il riferimento ai predecessori crea continuità, ma serve anche a minimizzare la portata del gesto, collocandolo in una cornice consuetudinaria piuttosto che politica.
“In Alto Adige, per consuetudine, il distintivo ufficiale è il medaglione con lo stemma della città.”
Affermazione parziale. In realtà, la fascia tricolore è prevista dal protocollo nazionale per i sindaci, e l’uso del medaglione è aggiuntivo, non sostitutivo.
L’affermazione è costruita per rafforzare l’idea di legittimità locale contro un’imposizione nazionale, anche se non del tutto corrispondente alla realtà giuridico-istituzionale.
“L’insistenza dell’avvocato Dal Medico… gesto provocatorio e un chiaro segnale di sgarbo istituzionale.”
Il tono cambia, si passa da difensivo a polemico. Si cerca di ribaltare la responsabilità dell’incidente su un altro soggetto, attribuendogli l’intenzione di provocare.
Questa parte è strategica, trasforma l’azione contestata in reazione. Un classico schema di difesa.
“La mia reazione è stata istintiva, umana, e in nessun modo politica o simbolica contro il tricolore.”
Si invoca l’istinto, ma la dinamica descritta (un gesto subito dopo la cerimonia, in un contesto ufficiale) rende difficile sostenere che fosse privo di significato simbolico.
L’aggettivazione “umana” è usata per disinnescare il peso istituzionale del contesto.
“Si sta cercando di strumentalizzare… la vera notizia è la vittoria”
Strategia del whataboutism, spostare l’attenzione dal problema al successo.
Si suggerisce che la critica sia motivata da risentimento, non da reale preoccupazione per il gesto.
“Una donna giovane, con una visione inclusiva e concreta…”
Costruzione retorica di immagine ideale, giovinezza, inclusione, concretezza. Parole chiave tipiche della comunicazione politica contemporanea.
Serve a rinforzare la legittimità attraverso attributi positivi, svincolati dal merito della questione.
“Polemica infondata per sminuire un cambiamento politico maturo…”
Qui si delinea una contrapposizione ideologica, chi critica è conservatore, ostile al cambiamento.
È un modo per delegittimare l’avversario, più che rispondere nel merito delle critiche.
“Senso delle istituzioni, rispetto dei simboli…”
Chiusura “alta”, tono formale, ma contrastante con il gesto che ha originato la polemica.
Si afferma il rispetto dei simboli dopo averne appena rifiutato uno. Il messaggio appare coerente sul piano testuale, ma incoerente con i fatti.
“Mi scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno…”
Formula di non-scuse, si chiede scusa non per l’azione, ma per la reazione altrui.
È una chiusura che cerca di “ricucire”, senza assumere pienamente la responsabilità del gesto.
Come si conviene a una rivista culturale, anche questo editoriale si sofferma meno sul fatto in sé e più sull’uso della cultura politica che lo ha reso possibile — o, per meglio dire, spendibile pubblicamente. Perché di vera abilità si è trattato, e di una retorica messa in scena con competenza, esperienza, e un certo intuito teatrale.
Del resto, nella regione in cui l’identità si difende col tedesco ma si spende in euro italiani, la narrazione è spesso più importante dei numeri — finché qualcuno non li legge davvero. E allora torni in mente quella frase che mi è capitato di sentire più volte, in tono serio, da amici altoatesini: “È la nostra mentalità che ci salva.”
Ecco, permettetemi una piccola aggiunta, non è solo la mentalità a salvarvi, ma l’IVA che lo Stato italiano raccoglie e restituisce generosamente alla Provincia, insieme alla doppia contribuzione sanitaria che passa, silenziosa, tra Bolzano e Trento.
La cultura ha senza dubbio un ruolo fondamentale. Ma nei bilanci, anche la ragioneria vuole la sua parte.
Direttore responsabile, Domenico Galati