Novembre un tempo era mese di memoria, di silenzio rispettoso, di affetti che si ritrovavano sulle tombe. Oggi è diventato mese dell’apparire. Le tombe si vestono di fiori di plastica, i cimiteri si illuminano con luminarie a batteria, e il raccoglimento si riduce a un selfie distratto davanti alla lapide del nonno. La pietà civile si è trasformata in “content” da postare, in emozione prefabbricata da scrollare. È la stagione del gesto obbligato basta il segno, un mazzo sintetico, un like alla memoria.
Dove un tempo si cercava la continuità degli affetti, ora regna la praticità meschina tutto e subito, senza profondità. I “sepolcri” di Foscolo — simboli di memoria, virtù, educazione civile — sono stati sostituiti da una recita social, degna di TikTok o di OnlyFans. Il lutto è diventato intrattenimento, la malinconia un contenuto da monetizzare.
La nuova industria della morte
Intorno a questi nuovi sepolcri si muove un microcosmo altrettanto cinico. Una piccola mafia di “custodi del dolore”, concessionari autorizzati dal Comune, gestisce il lutto come un mercato. Vendono spazi, loculi, fiori e lacrime con la freddezza di chi gestisce un parcheggio, tutto rigorosamente in nero. Chi non può permetterselo si accontenta della via più economica, la cremazione. Cenere alla cenere, risparmio alla disperazione.
Ma c’è un dettaglio ironico, i “mafiosi del lutto” si lamentano, tra un mazzo sintetico e l’altro, che la gente ormai non frequenta più i cimiteri. “Eh, ai nostri tempi,” sospirano, “le tombe erano affollate, adesso hanno tutti fretta. Altro che andare alla tomba del nonno la domenica, preferiscono intasare Ikea o scorrere TikTok e LinkedIn per vedere se l’ex datore di lavoro se la passa meglio di loro...” La parabola del profitto sul dolore si scontra con l’indifferenza dei vivi. I mercanti del lutto, armati di cartellini e fiori — tranne quelli di plastica, assenti perché le donne in carriera li comprano nel negozio cinese sotto casa per risparmiare — restano a fissare loculi vuoti e selfie fugaci.
Foscolo e noi un confronto impietoso
Nel suo carme, Foscolo reagiva all’Editto di Saint-Cloud, che vietava tombe monumentali. Da quella proibizione nasceva una riflessione profonda, le tombe non servono ai morti, che non sentono nulla, ma ai vivi, per nutrire affetti, memoria, virtù e amore per la patria. I sepolcri dei grandi uomini — Alfieri, Machiavelli, Galileo — erano monumenti morali, strumenti di educazione civica.
Oggi, la memoria non educa più. Si consuma, si scrolla, si mette in vetrina. I nostri “grandi uomini” sono influencer, manager di sé stessi, venditori di corsi motivazionali. Dove Foscolo vedeva poesia e immortalità, noi vediamo algoritmo e visibilità. La virtù è sostituita dall’engagement, l’affetto dal trendingtopic.
Dalla pietà alla plastica
Novembre non è più il mese del silenzio, ma del rumore; non più tempo della riflessione, ma della recita. Tra lapidi digitali e fiori sintetici, resta solo la parodia della memoria, un cimitero in diretta, dove la morte è privatizzata, estetizzata, spettacolarizzata.
Un tempo si evitava di andare al Verano nei giorni in cui il Papa celebrava; oggi la folla si ritrova nei giorni di festa da Ikea, Leroy Merlin o nelle catene digitali del consumo globale. La memoria è un hashtag, l’affetto un filtro Instagram. Come direbbe Foscolo, i sepolcri ci sopravvivono solo nella forma — non più come luoghi di virtù, ma come vetrine. La poesia che un tempo rendeva immortali gli uomini oggi è sostituita da un reel di quindici secondi, che si spegne come una candela elettronica al prossimo scroll.
E così, novembre è diventato il mese dei sepolcri finti. Non più custodi di memoria e sentimento, ma palcoscenico di apparire, di fretta, di niente. E mentre i mercanti del lutto sbuffano dietro le loro bancarelle di fiori veri, si lamentano: “Ma dove sono i visitatori? Chi compra ancora il dolore?” Come fossero oratori in un teatro vuoto, i loro moniti ironici ci ricordano che anche l’industria del ricordo non sa più dove trovare il pubblico.
Sotto la plastica, sotto il rumore, sotto la recita, resta la nostalgia di ciò che il mese avrebbe potuto essere. E forse, se avessimo occhi per guardare, ancora si scorgerebbero i fantasmi di quei sepolcri veri, silenziosi, che insegnavano a vivere anche nella morte.
Direttore responsabile, Domenico Galati