Scena 6 – Il Mentore
Titolo interno: “La società dello staging”
(Monologo. Luci basse. Il Mentore è in scena. Una scrivania. Una tazza fredda. Una pila di carte e ricevute. Parla da solo, ma sa che qualcuno – là fuori – ascolta.)
IL MENTORE
Lo avevo già capito.
Molto prima di quel messaggio.
Anzi… molto prima di quella “lettera”.
L’auto…
Sì, avevo parlato con il meccanico.
Mi ero esposto.
Non per generosità cieca,
ma perché – in fondo – speravo che bastasse un piccolo gesto
a svegliare in Salvatore un briciolo di dignità adulta.
Poi c’erano i dubbi del commercialista.
Lui lo aveva fiutato prima di me.
Mi diceva:
“Non è in buona fede. Se ti espone, si tirerà fuori.”
E io, ancora una volta, lo avevo difeso.
“No, sta solo attraversando un periodo difficile… deve ancora capire…”
Avevo capito, ma non volevo ammetterlo.
(Pausa. Il Mentore si alza, va verso una finestra immaginaria. Guarda fuori.)
Poi è arrivata la verità vera.
Quella che non puoi ignorare.
Quella che ti costringe a scegliere.
Il documento.
La “lettera di dipendenza”.
Non per avere una posizione chiara,
ma per potermi ricattare formalmente
dopo aver passato un’eternità a rifiutare qualsiasi regolarizzazione.
E le scuse…
Sempre le stesse:
“Mia madre perderebbe il carico familiare…”
“Meglio restare così, informale, è più comodo…”
E io… ancora una volta, a mediare.
A trovare una collaborazione a tempo.
A rassicurare chi invece mi diceva:
“Questo prima o poi ti fotte.”
(Pausa. Il mentore si siede. Prende in mano una ricevuta.)
Poi mi ricordo bene il giorno in cui, con finta leggerezza, disse:
“Eh, volendo possiamo dire che era tutto staging non retribuito…”
Parole buttate lì, con la non chalance di chi ha già pianificato l’alibi.
E quando capì che lo avevo scoperto davvero…
non disse più nulla.
Silenzio.
Congelamento.
Aspettò.
Come fanno i codardi.
Fine della mia promessa di un’auto.
Perché un codardo non si premia.
(Pausa. Guarda il pubblico.)
E allora lì ho capito:
non era un errore.
Era una scena.
Salvatore non era confuso.
Era lucido.
Solo che non voleva crescere.
E come lui… una generazione intera.
La società dello staging.
Tutti “formandi”.
Tutti in “prova”.
Tutti a rimandare la scelta.
Per non pagare contributi.
Per non perdere vantaggi.
Per non assumersi peso.
Per non essere davvero qualcuno.
E poi il paradosso…
Quando serve davvero,
quando si tratta di “essere riconosciuti”,
vogliono il contratto.
La busta paga.
La retroattività.
I diritti…
ma mai i doveri.
E così Salvatore ha perso.
Per un calcolo sbagliato.
Perché ha voluto apparire più bravo di me,
più “tecnico”,
più furbo,
più dritto.
Ha studiato da commercialista e da consulente del lavoro per superarmi…
Ho provato a dirglielo, con calma:
“Smettila. Ti ho capito. Sei a partita IVA.”
Ma lui ha voluto lo stesso affondare il colpo.
Solo che la lama si è girata contro di lui.
Ha dimenticato il primo principio:
la lealtà.
1200 euro al mese.
Stabilità.
Rispetto.
Un contesto protetto, in un mondo che sbrana.
Tutto perso.
Perché?
Per un documento.
Per una lettera scritta, forse con l’AI o con la compagna.
Per farsi uomo… senza esserlo ancora.
(Silenzio. Il mentore alza la tazza fredda.)
Brindo lo stesso.
Non al fallimento suo,
ma al fatto che – per una volta –
ho saputo dire basta prima di perdere me stesso.
E forse è questo che oggi manca:
il coraggio di non alimentare più l’infantile.
Non basta più formare.
Bisogna anche smettere di salvare
chi non vuole salvarsi.
(Luce si abbassa lentamente. La tazza resta sollevata. Poi buio.)
[Fine scena 6]
SCENA 7 – La coscienza sociale parla dal fondo del teatro
(Luci basse. Una sola voce. Non è il Mentore, non è Salvatore. È la società che riflette su sé stessa. Forse è anche il pubblico, o la voce del tempo.)
VOCE FUORI SCENA (con tono calmo, netto):
E alla fine, resta questo:
un uomo che si traveste da professionista,
una compagna che cerca stabilità,
un datore che smette di credere
e un sistema che applaude lo spettacolo della finzione.
(Pausa. La voce torna, più tagliente.)
Viviamo nell’epoca del maquillage sociale.
I governi devono mostrare che la disoccupazione è bassa.
Dal 12% al 6%!
Come?
Basta contare come “occupato”
chi lavora una sola mattina,
una volta a settimana.
(Ironico)
Un’ora in biblioteca?
Occupato.
Una lezione online?
Occupato.
Una fattura a vuoto?
Occupato.
E così si crea un popolo di zombie economici.
Sembrano vivi.
Sembrano occupati.
Ma non producono reddito,
non costruiscono futuro,
non prendono decisioni.
(Silenzio. Poi riprende, più profondo.)
In questa società di bambini cresciuti male,
tutti vogliono apparire.
Nessuno vuole rispondere.
Il cittadino non vuole responsabilità.
Il politico non vuole verità.
Il consulente del lavoro si arrampica tra norme confuse,
che nemmeno lui sa più interpretare.
Eppure…
in mezzo a tutto questo,
un uomo solo – il Mentore –
riesce a distinguere.
Non si lascia ricattare.
Non premia l’ambiguità.
Non cade nel gioco del “falso staging”,
del “mezzo dipendente”,
del “contratto a parole”.
Salvatore lo sfida,
ma non capisce che sta sfidando una coscienza adulta.
Non un ruolo,
non una figura di comodo.
Ma una realtà strutturata.
E quando tenta il colpo finale —
scrivere per iscritto che “era dipendente” —
lo fa con lo spirito di chi vuole apparire vittima,
non con l’anima di chi accetta di essere uomo.
E perde.
Perde 1.200 euro al mese.
Perde il rispetto.
Perde anche la compagna,
che ora vuole solo un impiegato.
Un uomo che porti lo stipendio,
non teorie sul mondo.
(Luce fioca, mentre la voce conclude.)
Conclusione della coscienza sociale
Il teatro è finito.
La verità ha preso la parola.
E non c’è maschera che possa fermarla.
Solo il Mentore è rimasto in piedi.
Non perché ha vinto,
ma perché ha rifiutato di giocare a perdere.
(Lieve rumore di passi. Una figura femminile entra in scena, la compagna. Non parla subito. Guarda Salvatore da lontano, calma ma con occhi attenti.)
COMPAGNA (voce ferma, senza rabbia)
Sai… io non mi illudo sul tuo denaro.
Sul tuo posto sicuro.
Sul tuo contratto.
Non sono queste cose che fanno un uomo.
O una relazione.
(Pausa. Avanza di qualche passo.)
Io voglio responsabilità.
Scelte vere.
Coerenza.
E tu… continui a giocare a essere grande
senza mai diventarlo davvero.
(Silenzio. Guarda il pubblico.)
E io non posso aspettare che tu cresca al mio fianco.
Non più.
Non quando la crescita è solo apparenza.
(Si volta verso Salvatore, quasi come per chiudere un cerchio.)
Il tuo stipendio?
Non mi serve.
La tua posizione?
Non mi interessa.
(Verso il pubblico, con decisione.)
Mi serve un uomo che sappia assumersi il peso di sé stesso,
non le maschere che il mondo gli permette di indossare.
(Silenzio. Salvatore resta immobile, spaesato. La compagna esce di scena lentamente. Il Mentore la guarda allontanarsi, un piccolo cenno di approvazione sulle labbra.)
IL MENTORE
(E sommesso, come parlando a sé stesso)
E così… anche lei se ne va.
Ma non è una sconfitta.
È la verità che si prende il suo spazio.
(Il Mentore alza di nuovo la tazza. Luce che cala lentamente. Buio.)
(Sipario.)
D. Malecogita