Il direttore sognò Luigi Pirandello.
Non era una cosa che gli capitasse spesso.
Anzi, fino a quel momento aveva sempre ritenuto che nei sogni fosse sconveniente incontrare scrittori morti: i morti, quando tornano, hanno sempre l’aria di sapere qualcosa che ai vivi non conviene sapere.
Pirandello era seduto dall’altra parte della scrivania.
Non aveva l’aria di uno scrittore morto.
Aveva l’aria di uno scrittore che aspettava una risposta.
Il direttore prese la cartella che aveva davanti e la aprì.
«Ho letto le sue opere.»
Pirandello lo guardò.
«Tutte?»
«Quelle che mi interessavano.»
«E quali sarebbero?»
«Quelle in cui lei mette in dubbio la realtà.»
Pirandello abbassò gli occhi sulla cartella.
«È un argomento piuttosto vasto.»
Direttore.
«Infatti.»
Pirandello sollevò lo sguardo.
«E lei che cosa vuole sapere?»
Il Direttore stava per rispondere.
Alle spalle di Pirandello comparve il Doppio.
Il Direttore lo riconobbe immediatamente.
«Tu no.»
Il Doppio sorrise.
«Io sempre.»
Pirandello si voltò.
«Chi è?»
Il Doppio indicò il Direttore.
«Quello che arriva quando l’autore ha finito di spiegare il personaggio.»
Pirandello lo osservò.
«Non ricordo di averti scritto.»
Il Doppio.
«È questo il bello.»
Il direttore chiuse la cartella.
«Non siamo qui per questo.»
Il Doppio si voltò verso di lui.
«E per cosa siamo qui?»
Il Direttore.
«Per parlare della realtà.»
Il Doppio rise.
«Una scelta imprudente.»
Pirandello incrociò le mani.
«La realtà, caro signore, è molto più complicata di quanto si creda.»
«Lo so», disse il Doppio. «È per questo che lei ne ha fatto una carriera.»
Pirandello lo fissò.
«Non capisco.»
Il Doppio.
«No. Lei capisce benissimo.»
Il Doppio cominciò a camminare lentamente intorno alla scrivania.
«Ha passato mezzo secolo a togliere terreno sotto i piedi agli uomini. Il fu Mattia Pascal. Uno, nessuno e centomila. Sei personaggi in cerca d’autore. Enrico IV.»
Si fermò.
«Una grande impresa di demolizione.»
Pirandello rimase immobile.
«Demolizione di cosa?»
Il Doppio.
«Della certezza.»
Pirandello sorrise appena.
«La certezza è spesso un’illusione.»
Il Doppio.
«E lei ha pensato bene di ricordarcelo.»
Il Direttore intervenne.
«Non è così semplice.»
Il Doppio si voltò.
«Eccolo.»
Il Direttore.
«Chi?»
Il Doppio.
«Il Direttore.»
Il Direttore.
«Sono qui da sempre.»
Il Doppio
«No. Adesso sei arrivato.»
Il direttore si irrigidì.
«Io sto parlando del sogno.»
Il Doppio.
«Finalmente qualcosa di utile.»
Il Direttore si alzò.
«Il sogno è una necessità.»
Il Doppio.
«Addirittura.»
Il Direttore.
«Una compensazione.»
Pirandello guardò il direttore.
Il Direttore continuò:
«La realtà non è sempre sufficiente. A volte è dolorosa. A volte è ingiusta. A volte è semplicemente troppo stretta per contenere quello che un uomo sente di poter essere. Il sogno serve a compensarla.»
Il Doppio annuì.
«Bene.»
Il Direttore lo guardò.
«Bene cosa?»
Il Doppio.
«Per una volta siamo d’accordo.»
Pirandello sorrise.
Il Doppio si voltò verso di lui.
«Lei invece ha fatto un’altra cosa.»
Pirandello smise di sorridere.
«Che cosa?»
Il Doppio.
«Ha costretto gli uomini a dubitare delle forme con cui credono di possedere la realtà.»
Pirandello lo guardò.
«E sarebbe una colpa?»
Il Doppio.
«No.»
Il Doppio fece una pausa.
«È prudenza.»
Poi si avvicinò.
«Il problema arriva dopo.»
Pirandello attese.
«Quando il dubbio smette di essere uno strumento e diventa una casa.»
Silenzio.
«Lei ha detto, in fondo: attenzione. Ciò che vedete potrebbe non essere ciò che è.»
Pirandello.
«È una possibilità.»
Il Doppio.
«Certo.»
Il Doppio fece un altro passo.
«Ed è una possibilità utile.»
Un altro.
«All’inizio.»
Un altro.
«Poi qualcuno prende quella possibilità e la trasforma in metodo.»
Pirandello non rispose.
«Poi in abitudine.»
Il Doppio si fermò.
«E infine in alibi.»
Il Direttore intervenne:
«Ma non significa che ogni opinione sia vera.»
Il Doppio.
«No.»
Il Direttore.
«Allora qual è il problema?»
Il Doppio lo guardò.
«Che cominciamo a confondere il diritto di non sapere con il diritto di decidere che tutto sia relativo.»
Il Direttore rimase in silenzio.
Pirandello parlò:
«La realtà cambia secondo chi la guarda.»
Il Doppio scosse lentamente la testa.
«Cambia quello che vediamo.»
Indicò Pirandello.
«Non necessariamente quello che accade.»
Pirandello lo fissò.
Per la prima volta sembrava meno divertito.
Il Doppio continuò:
«È questa la parte che mi interessa di lei. Non il relativismo da quattro soldi che qualcuno può aver costruito dopo. Il fatto che lei abbia mostrato quanto sia fragile la nostra pretesa di possedere la realtà.»
Pirandello sorrise.
«E allora non mi stai contestando.»
Il Doppio.
«Oh, sì.»
Pirandello.
«Perché?»
Il Doppio.
«Perché lei ha mostrato che una forma può diventare una prigione.»
Pirandello.
«E questo dovrebbe essere un rimprovero?»
Il Doppio.
«No.»
Il Doppio sorrise.
«È un rimprovero a quelli che sono venuti dopo.»
Il Direttore intervenne:
«A chi?»
Il Doppio.
«A quelli che hanno preso il dubbio e lo hanno trasformato in una comodità.»
Pirandello abbassò appena lo sguardo.
Il Doppio continuò:
«E insieme a quelli del positivismo d’accatto hanno infettato un secolo.»
Pirandello sollevò un sopracciglio.
«Infettato?»
Il Doppio.
«Uno voleva spiegare tutto.»
Pausa.
«L’altro ci ha insegnato che forse niente può essere spiegato fino in fondo.»
Pirandello sorrise.
«E questo sarebbe un male?»
Il Doppio.
«No.»
Il Doppio si avvicinò.
«Il male è quello che gli uomini hanno fatto con entrambe le cose.»
Pirandello rimase in silenzio.
Il Doppio.
«Misurare. Classificare. Diagnosticare. Interpretare. Relativizzare.»
Il Doppio scandì le parole.
«E quando la realtà non entrava nella categoria, cambiavano il nome alla realtà.»
Pirandello abbassò lo sguardo.
Il Doppio lo osservò.
«Lei questo lo conosce bene.»
Silenzio.
«Antonietta Portulano.»
Il direttore alzò gli occhi.
Pirandello rimase immobile.
«Prima la casa. Poi i medici. Poi la casa di cura.»
Pirandello parlò piano.
«Non ne sai abbastanza per parlarne.»
Il Doppio.
«So abbastanza per sapere che davanti a una realtà che non si lascia spiegare gli uomini cominciano a cambiare le parole.»
Pirandello non rispose.
«Pazza. Malata. Incurabile. Incomprensibile.»
Il Doppio fece una pausa.
«Parole diverse. Stessa paura.»
Pirandello alzò lo sguardo.
Il Doppio.
«E poi arriva la parola più elegante.»
Pirandello.
«Quale?»
Il Doppio.
«Relativismo.»
Il Direttore intervenne:
«Questo è ingiusto.»
Il Doppio si voltò.
«No.»
Il Direttore.
«Allora cos’è?»
Il Doppio.
«Crudele.»
Guardò Pirandello.
«Sono due cose diverse.»
Pirandello parlò:
«Non ho mai sostenuto che ogni verità fosse uguale a ogni altra.»
Il Doppio.
«No.»
Il Doppio lo guardò.
«Lei ha fatto qualcosa di molto più raffinato.»
«Cosa?»
«Ha insegnato agli uomini a dubitare della pretesa di possedere la verità.»
Pirandello non rispose.
Il Doppio continuò:
«E non è poco.»
Si voltò verso il direttore.
«Il problema è quello che facciamo con il dubbio dopo.»
Il Direttore disse:
«Dubitare è necessario.»
Il Doppio.
«Certo.»
Il Direttore.
«Allora qual è la colpa?»
Il Doppio.
«La colpa è quando il dubbio diventa un modo per non rispondere più di niente.»
Il Direttore lo guardò.
Il Doppio indicò Pirandello.
«Lui mette in discussione la forma.»
Poi indicò il direttore.
«Tu vuoi cambiare il contenuto.»
Il Direttore non capì.
«Che significa?»
Il Doppio.
«Significa che tu dici: la realtà non mi basta, quindi sogno.»
Poi guardò Pirandello.
«E lui dice: la realtà non è afferrabile fino in fondo, quindi dubito.»
Si fermò.
«Sono due cose diverse.»
Il Direttore abbassò gli occhi.
«Un uomo deve poter immaginare una vita diversa.»
Il Doppio.
«Sì.»
Il Direttore.
«Deve poter sognare.»
Il Doppio.
«Sì.»
Il Direttore.
«Anche contro la realtà.»
Il Doppio annuì.
«Anche.»
Il Direttore sorrise.
«Allora siamo d’accordo.»
Il Doppio.
«No.»
Il Direttore.
Il sorriso scomparve.
«Perché?»
Il Doppio si avvicinò.
«Perché confondi il diritto al sogno con il diritto alla conseguenza.»
Il Direttore.
«Non capisco.»
Il Doppio.
«Puoi sognare di essere un re.»
Indicò Pirandello.
«Puoi sognare di essere Enrico IV.»
Poi guardò il direttore.
«Puoi persino sognare di essere l’autore della tua vita.»
Si chinò leggermente verso di lui.
«Ma prova a ordinare alla realtà di recitare la tua parte.»
Pirandello intervenne:
«Eppure la realtà stessa è fatta anche delle nostre rappresentazioni.»
Il Doppio si voltò.
«Le rappresentazioni sono fatte della realtà.»
Pirandello tacque.
Il Doppio.
«Non il contrario.»
Il Doppio prese la cartella del direttore.
«È questo che avete dimenticato.»
La aprì.
«Avete confuso la mappa con il territorio.»
Il Direttore lo guardò.
«Che cosa vuoi dimostrare?»
Il Doppio.
«Niente.»
Il Doppio estrasse un foglio.
«Voglio vedere quanto siete disposti a credere alle vostre idee quando la realtà vi presenta il conto.»
Il direttore tese la mano.
«Dammi quel foglio.»
Il Doppio.
«Perché?»
Il Direttore.
«Voglio leggerlo.»
Il Doppio.
«No.»
Il Direttore.
«Perché?»
Il Doppio sorrise.
«Perché nel sogno sei ancora il Direttore.»
Pirandello sorrise appena.
Il Doppio si voltò verso di lui.
«Lei non rida.»
Pirandello smise.
Il Doppio richiuse la cartella.
«Lei ha passato la vita a dimostrare che gli uomini non coincidono con l’immagine che hanno di sé.»
Guardò il direttore.
«Adesso vediamo se anche il Direttore coincide con l’immagine che ha di sé.»
Il Direttore impallidì.
«Che cosa c’è scritto?»
Il Doppio.
«Leggi.»
Il direttore prese il foglio.
Lo lesse.
Rimase immobile.
Pirandello si alzò.
«Che cosa c’è scritto?»
Il direttore non rispose.
Pirandello insistette.
«Che cosa c’è scritto?»
Il Direttore guardò il Doppio.
«Non può essere.»
Il Doppio sorrise.
«Nel sogno, no.»
Il Direttore strinse il foglio.
«Io avevo previsto un’altra cosa.»
Il Doppio.
«Lo so.»
Il Direttore.
«Allora il sogno mentiva.»
Il Doppio scosse la testa.
«No.»
Il Direttore lo guardò.
«No?»
Il Doppio.
«Il sogno faceva il suo mestiere.»
Il Direttore.
«Quale mestiere?»
Il Doppio lo fissò.
«Ti permetteva di credere che la realtà avesse bisogno della tua autorizzazione.»
Il direttore lasciò cadere il foglio.
Pirandello lo raccolse.
Lo lesse.
Guardò il direttore.
Poi il Doppio.
Il Direttore.
«E adesso?»
Il Doppio sorrise.
«Adesso dormite pure.»
Il Direttore si svegliò.
Era mattina.
La stanza era quella di sempre.
Per qualche secondo rimase immobile.
Poi ricordò Pirandello.
Il Doppio.
La cartella.
Il foglio.
Si alzò.
Andò alla scrivania.
La cartella era lì.
La guardò a lungo prima di aprirla.
Poi la aprì.
Dentro c’era una lettera.
Il Direttore la prese.
La lesse.
La rilesse.
Si mise a sedere.
La lettera non conteneva la risposta del sogno.
Non era nemmeno una domanda.
Era una semplice comunicazione.
Una comunicazione che contraddiceva ciò che il Direttore aveva creduto durante il sogno.
Rimase immobile.
Poi guardò la sedia di fronte alla scrivania.
Era vuota.
Il Direttore sorrise.
«Questa volta hai avuto torto.»
Nessuna risposta.
Si alzò.
Andò verso la finestra.
Fuori, la città era già cominciata.
Le persone camminavano senza sapere nulla di Pirandello, del Doppio, del positivismo d’accatto, del relativismo, dei sogni del direttore.
Il direttore rimase a guardarle.
Poi tornò alla scrivania.
Prese la lettera.
La rilesse.
E soltanto allora capì la cosa più spiacevole.
Nel sogno aveva creduto che la realtà dovesse contraddirlo.
Al risveglio aveva scoperto qualcosa di peggiore.
La realtà non si era nemmeno accorta di lui.
— D. Malecogita
Nota dell’autore
Pirandello ci ha insegnato a diffidare delle immagini che costruiamo della realtà.
È una lezione preziosa.
Ma diffidare della rappresentazione non significa negare ciò che viene rappresentato.
Immaginiamo che qualcuno dica: «Abbiamo una comunità di diecimila seguaci».
La frase può essere vera.
Ma può anche essere soltanto il modo in cui una realtà viene raccontata.
Diecimila persone possono seguire, leggere, osservare. Una comunità, però, comincia quando quelle persone fanno qualcosa insieme: partecipano, intervengono, propongono, costruiscono.
Il Doppio non contesta i numeri.
Contesta il salto che facciamo quando trasformiamo una rappresentazione in una realtà.
Possiamo cambiare la prospettiva, la narrazione, perfino la forma teatrale con cui raccontiamo le cose.
Ma la realtà non è una fisarmonica che si apre e si chiude a seconda di chi la guarda.
Esiste anche quando non coincide con ciò che vorremmo vedere.
Ed è proprio per questo che il Doppio continua a fare la cosa più scomoda: ricordarcelo.
Le rappresentazioni sono fatte dalla realtà. Ma non sono necessariamente la realtà.