Dentro il sistema del ritardo

Crepuscolo

C’è una forma particolare di distanza che attraversa Portami al mare di Domenico Latino, ed è una distanza che non riguarda soltanto i luoghi. È una distanza tra ciò che dovrebbe accadere e ciò che, nella realtà dei fatti, accade troppo tardi. Il libro si colloca esattamente in questo scarto, non lo denuncia in modo esplicito, ma lo registra caso per caso, lasciando che sia la ripetizione delle storie a renderlo evidente.

La soglia del mare tra cura e ritorno

Il titolo sembra promettere una leggerezza che il contenuto smentisce subito. Il mare, qui, non è una destinazione narrativa né un elemento ornamentale. È piuttosto una soglia simbolica che attraversa tutto il testo come possibilità di sospensione, una forma minima di sollievo rispetto alla rigidità dei percorsi istituzionali. Ma il libro non lavora mai davvero sull’idea di evasione. Lavora, piuttosto, sulla struttura del ritorno, al bisogno, alla malattia, alla procedura, alla richiesta di riconoscimento.

La Calabria che emerge dalle pagine non è una regione descritta in senso paesaggistico, ma un campo operativo complesso, in cui la dimensione sanitaria diventa il punto di condensazione di molte altre tensioni, sociali, burocratiche, economiche, istituzionali. Il libro attraversa dieci storie reali, ma non costruisce una galleria di casi. Piuttosto, dispone una sequenza di situazioni in cui il problema non è mai soltanto la malattia, ma il tempo necessario per essere riconosciuti dentro un sistema di cura.

L’istituzione come punto di attrito

In questo contesto si inserisce la figura di Anna Maria Stanganelli, Garante della Regione. Nel libro non assume la forma di un semplice riferimento istituzionale, ma quella di un punto di attrito interno al sistema. La sua funzione non è descritta come rappresentanza, ma come tentativo di trasformare la struttura stessa della risposta pubblica. È qui che il testo introduce una delle sue poche forme di possibilità, l’idea che il ruolo amministrativo non sia solo gestione, ma possa diventare dispositivo di traduzione tra esperienza individuale e apparato istituzionale.

Il racconto di Latino si sviluppa attraverso una postura narrativa che non resta mai completamente esterna ai fatti. Il giornalista non si limita a osservare, entra nei contesti, li attraversa, li restituisce mantenendo una presenza riconoscibile. Questa scelta produce un effetto preciso, la cronaca perde rigidità e si avvicina a una forma di testimonianza partecipata. Ma proprio questa prossimità genera anche un rischio, che il testo non nasconde, la tendenza a scivolare in formule espressive già codificate, in immagini che cercano di intensificare l’impatto emotivo più che di approfondire la struttura dei fatti.

Il risultato è una scrittura che oscilla continuamente tra due registri. Da un lato la precisione del dato, la descrizione di iter burocratici lenti, di richieste che si accumulano, di risposte che arrivano quando la situazione è già compromessa. Dall’altro una componente più lirica, che interviene nei passaggi di maggiore intensità emotiva, soprattutto quando entrano in gioco le famiglie, i corpi, le condizioni irreversibili della malattia. Questa oscillazione non è un difetto secondario, ma una caratteristica strutturale del libro.

Il tempo come elemento critico della sanità

La sanità calabrese, così come viene raccontata, non è solo un sistema inefficiente. È un sistema in cui il tempo diventa il vero elemento critico. Non il singolo errore, non la singola mancanza, ma la durata eccessiva delle procedure rispetto alla fragilità delle persone che le attraversano. È in questo disallineamento che si produce il nucleo più forte del libro, la distanza tra vita e istituzione non è mai astratta, ma temporale.

Accanto a questo, il testo costruisce una geografia implicita della regione. Non una mappa ordinata, ma una serie di punti sparsi, ospedali, case, periferie, ambulatori, uffici. Luoghi che non si organizzano in un sistema continuo, ma in una rete diseguale di accessi e interruzioni. La Calabria, in questo senso, non è rappresentata come un’unità, ma come una sequenza di intensità diverse, spesso non comunicanti tra loro.

Il mare, che ritorna costantemente, non risolve questa frammentazione. La attraversa. È una presenza che non stabilizza, ma accompagna. In alcuni casi è rifugio simbolico, in altri è semplice sfondo percettivo. Ma non diventa mai soluzione narrativa. Funziona piuttosto come elemento di continuità emotiva tra storie che altrimenti resterebbero isolate.

Una tensione persistente tra vita e sistema

Un aspetto centrale del libro è il rapporto con le istituzioni. L’autore non adotta una postura apertamente polemica, ma costruisce la critica attraverso la descrizione delle difficoltà concrete. Le istituzioni non vengono negate né attaccate frontalmente: vengono attraversate nei loro effetti. È nella risposta tardiva, nella pratica amministrativa rallentata, nella distanza tra norma e applicazione che emerge la tensione principale del testo.

In questo quadro, la speranza non è mai un principio astratto. È una forma di resistenza minima, spesso legata alla possibilità che un intervento arrivi prima che la situazione diventi irreversibile. Ma il libro non costruisce una retorica della speranza. Ne mostra piuttosto la fragilità, il carattere intermittente, la dipendenza da condizioni esterne che non sempre si verificano.

Portami al mare si configura così come un dispositivo narrativo che tiene insieme testimonianza e analisi, senza mai separare completamente i due livelli. Non è un’inchiesta in senso stretto, ma nemmeno una raccolta di racconti. È una forma ibrida, in cui la materia sociale viene restituitra attraverso una scrittura che alterna prossimità e distanza, partecipazione e osservazione.

Alla fine, ciò che resta non è una tesi univoca, ma una tensione persistente. Tra ciò che viene promesso e ciò che viene erogato. Tra ciò che si attende e ciò che arriva. Tra la vita concreta delle persone e il sistema che dovrebbe sostenerla. Il mare, in questo scenario, non chiude il discorso. Lo tiene aperto. Come una linea di fuga minima, non risolutiva, ma necessaria.

— Domenico Galati

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