IL SECONDO VENTAGLIO

Secondo Ventaglio

PRIMO ATTO

Ambientazione: Filadelfia, Pennsylvania. Primavera del 1874.

Filadelfia, qualche settimana dopo.

Alvise non pensava più alla donna del ventaglio bianco con l’insistenza dei primi giorni.

Il ricordo, tuttavia, era rimasto.

Ricordava il posto che aveva scelto, il movimento ostinato del ventaglio, gli sguardi, la fuga e, soprattutto, il successivo incontro nella sua casa.

Su una cosa continuava a non avere dubbi.

Quella donna aveva voluto farsi riconoscere.

Il ventaglio era stato un segnale.

Ma Alvise, nella sua vita, aveva imparato a distinguere un segnale da una prova.

Negli affari era una distinzione elementare.

Un numero poteva attirare l’attenzione senza dimostrare nulla.
Una coincidenza poteva suggerire un’ipotesi senza confermarla.
Una persona poteva sembrare affidabile e rivelarsi tutt’altro.

Per questo non aveva più cercato la donna.

Non perché avesse perso interesse.

Perché non aveva ancora una ragione sufficiente per cercarla.


Quella sera tornò al concerto.

Non cercava nessuno.

Aveva accettato l’invito per una ragione molto più semplice: l’organizzatore era un uomo al quale aveva dato la propria parola.

Si accomodò nella parte laterale della sala.

La musica cominciò.

Dopo qualche minuto, nella fila opposta, una donna aprì un ventaglio.

Bianco.

Alvise la notò immediatamente.

Per un istante il ricordo di Anna gli tornò alla mente: il primo concerto, il secondo, gli sguardi, il gesto, la porta della villa, la conversazione.

Osservò la donna.

Il ventaglio si aprì, si richiuse, poi tornò a muoversi lentamente davanti al volto.

Alvise rimase immobile.

Non si voltò subito verso di lei una seconda volta.

Aspettò.

La donna non lo guardò.

Continuò ad ascoltare la musica.

Dopo qualche minuto il ventaglio tornò a muoversi.

Alvise la osservò ancora.

Niente.

Nessun sorriso.

Nessuno sguardo.

Nessuna esitazione quando lui si voltava verso di lei.

La donna sembrava non essersi neppure accorta della sua presenza.

Alvise abbassò gli occhi sul programma del concerto.

Un ventaglio bianco.

Questo era un fatto.

Che fosse un messaggio rivolto a lui era un’ipotesi.

E tra un fatto e un’ipotesi, Alvise non era disposto a investire nulla.

Nemmeno la propria attenzione.

Tornò alla musica.


Durante l’intervallo uscì dalla sala.

L’organizzatore gli si avvicinò.

«Vi state divertendo?»

«Più di quanto pensassi.»

«È già qualcosa.»

Alvise sorrise.

Poi indicò distrattamente la sala.

«Conoscete la signora con il ventaglio bianco?»

L’uomo si voltò.

«Quale?»

Alvise gliela indicò.

«Quella laggiù.»

L’organizzatore osservò per qualche secondo.

«No. Non mi pare di conoscerla.»

Alvise annuì.

«Capisco.»

L’uomo lo guardò con curiosità.

«Perché me lo chiedete?»

«Curiosità.»

«Avete un’aria divertita.»

Alvise infilò lentamente i guanti.

«Ho appena verificato una cosa.»

«Che cosa?»

«Che un ventaglio bianco può appartenere a più di una donna.»

L’organizzatore rise.

«Tutto qui?»

«Per questa sera, sì.»

Non aggiunse altro.


Quando il concerto riprese, la donna era ancora al suo posto.

Il ventaglio continuava a muoversi.

Alvise la guardò una sola volta.

Poi tornò alla musica.

Non avrebbe fatto altro.

Se quella donna avesse avuto qualcosa da dirgli, avrebbe trovato il modo di farlo.

La prima volta era accaduto.

Quella sera no.

E la differenza era sufficiente.

Quando il concerto terminò, la donna uscì insieme agli altri spettatori.

Alvise la vide allontanarsi.

Non la seguì.

Non domandò chi fosse.

Non cercò di costruire una spiegazione.

Aveva un principio semplice: quando un affare non offre elementi sufficienti per decidere, non si decide. Si aspetta.

Quella sera non c’era nulla da decidere.

SECONDO  ATTO

All’uscita percorse lentamente la strada principale.

Pensò a Elena.

Da qualche giorno aveva promesso a se stesso che le avrebbe portato qualcosa al ritorno. Non aveva ancora deciso cosa.

Passando davanti a una gioielleria, rallentò.

Si fermò davanti alla vetrina.

Osservò alcuni anelli, una spilla e un piccolo pendente d’argento.

Poi entrò.

Il negoziante gli venne incontro.

«Posso esservi utile?»

«Cerco qualcosa per mia futura moglie.»

«Avete già un’idea?»

«Nessuna.»

«Allora siete nel posto giusto.»

Alvise sorrise.

Il negoziante dispose alcuni gioielli sul banco.

Alvise li esaminò con attenzione.

Non aveva bisogno di conoscere il prezzo per capire quali fossero quelli di qualità migliore. Li osservò, ne prese uno, poi un altro.

Alla fine indicò una piccola spilla.

«Questa.»

«Ottima scelta.»

Mentre il negoziante preparava l’acquisto, Alvise guardò distrattamente verso la strada.

Di fronte, sull’altra facciata, una grande insegna pubblicitaria attirò per un momento la sua attenzione.

L’aveva già vista altre volte.

La moda passa. L’eleganza resta.

Alvise la lesse e sorrise.

Il negoziante seguì il suo sguardo.

«Una pubblicità curiosa.»

«Molto.»

«Pare che piaccia.»

«Probabilmente vende.»

Il negoziante rise.

Alvise tornò a guardare la spilla.

Non collegò l’insegna al concerto.

Non collegò la frase alla donna col ventaglio.

Non cercò un secondo significato.

Una pubblicità era una pubblicità.

Il fatto che l’avesse già vista non la trasformava in un messaggio.

Pagò, prese la piccola scatola e la mise nella tasca interna della giacca.

Quando uscì dalla gioielleria, guardò ancora una volta l’insegna.

La moda passa. L’eleganza resta.

Pensò che Elena avrebbe probabilmente trovato la frase divertente.

Poi riprese la strada verso casa.

TERZO  ATTO

Il mattino seguente, nel suo studio, Alvise aprì il giornale.

Sfogliò distrattamente le pagine.

Tra gli annunci e le notizie mondane riconobbe la stessa frase pubblicitaria.

La moda passa. L’eleganza resta.

Si fermò per un istante.

Non perché la frase significasse qualcosa.

Perché era comparsa di nuovo.

Alvise aveva una buona memoria.

Era una qualità utile negli affari.

Ricordava nomi, cifre, date, promesse e soprattutto le cose che gli altri preferivano dimenticare.

Ma ricordare una cosa non significava attribuirle un significato.

Continuò a leggere.

Nel pomeriggio Tommaso, il suo segretario, entrò nello studio.

«Avete già letto il giornale?»

«Sì.»

«Avete visto quella frase?»

Alvise sollevò gli occhi.

«Quale?»

«Quella sulle donne.»

Tommaso prese il giornale e lesse:

La moda passa. L’eleganza resta.

Alvise sorrise.

«Una buona pubblicità.»

«Vi sembra divertente?»

«Abbastanza.»

Tommaso rise.

«Per chi?»

«Per chi la usa per vendere.»

«Voi pensate sempre agli affari.»

«È il mio mestiere.»

Tommaso scosse la testa.

«E se fosse qualcosa di più?»

Alvise la guardò per qualche secondo.

«Allora prima o poi avremo un elemento che ce lo dimostrerà.»

Il Segretario richiuse il giornale.

«E se non arrivasse?»

«Allora non era qualcosa di più.»

Tommaso sorrise.

«Siete impossibile.»

«È un vantaggio.»

La conversazione finì lì.


Qualche giorno dopo Alvise ripensò alla donna del concerto.

Non al suo nome.

Non al suo volto.

Al ventaglio.

La prima volta aveva osservato un gesto e aveva formulato un’ipotesi.

Quella volta l’ipotesi si era rivelata corretta.

Anna gli aveva spiegato personalmente il significato del ventaglio.

C’era stata una conferma.

La seconda volta, invece, aveva osservato lo stesso oggetto, un gesto simile e una donna sconosciuta.

Ma mancava tutto il resto.

Nessun contatto.

Nessuno sguardo.

Nessuna parola.

Nessun comportamento che collegasse quel gesto a lui.

Solo una somiglianza.

E Alvise non faceva affari sulla base delle somiglianze.

Non comprava una società perché il proprietario gli ricordava un uomo di successo.

Non concludeva un accordo perché due numeri sembravano promettenti.

Non affidava il denaro a qualcuno perché una prima impressione gli era piaciuta.

Prima osservava.

Poi verificava.

Solo dopo decideva.

Con il ventaglio non c’era nulla da verificare.

Quindi non c’era nulla da decidere.


Anche la frase pubblicitaria era rimasta nella sua memoria.

L’aveva vista per strada.

L’aveva ritrovata sul giornale.

Due volte.

Avrebbe potuto chiedersi perché.

Non lo fece.

Una ripetizione attirava l’attenzione.

Non produceva automaticamente un significato.

Se qualcuno avesse voluto comunicargli qualcosa, avrebbe dovuto offrirgli qualcosa di più di una frase stampata su un’insegna.

Un nome.

Un incontro.

Una circostanza.

Una richiesta.

Un elemento verificabile.

Senza quello, restava soltanto una coincidenza.

Alvise si alzò dalla scrivania e guardò fuori dalla finestra.

Pensò che la gente avesse una strana inclinazione a confondere la possibilità con la certezza.

Era una debolezza costosa.

Negli affari, soprattutto.

Vedere un collegamento possibile poteva essere utile.

Credere che quel collegamento fosse reale prima di averlo dimostrato poteva diventare un errore.

E gli errori, quando riguardavano denaro, persone o decisioni importanti, raramente erano gratuiti.

Il ventaglio bianco di Anna aveva avuto un significato.

Quello della sconosciuta poteva averne avuto un altro.

Oppure nessuno.

La pubblicità poteva essere soltanto una pubblicità.

Due fatti potevano assomigliarsi senza avere alcun rapporto.

Alvise non aveva bisogno di scegliere una spiegazione.

Gli bastava non prendere per vero ciò che non era stato dimostrato.


Quella sera ricevette un’altra copia del giornale.

La frase era ancora lì.

La moda passa. L’eleganza resta.

La lesse.

Questa volta sorrise.

Non perché avesse scoperto un messaggio.

Al contrario.

Perché aveva resistito alla tentazione di cercarlo.

Piegò il giornale e lo appoggiò sulla scrivania.

Nel suo mestiere, Alvise aveva imparato che anche il dubbio poteva essere uno strumento.

Non tutto doveva essere spiegato immediatamente.

Non ogni coincidenza meritava un’indagine.

Non ogni dettaglio nascondeva una mano.

E soprattutto, non ogni somiglianza costituiva una relazione.

Quando un elemento era importante, sarebbe tornato.

Quando qualcuno voleva qualcosa, prima o poi avrebbe chiesto.

Quando un affare era reale, avrebbe prodotto conseguenze.

Il resto poteva aspettare.

Chiuse il giornale.

Spense la lampada.

La stanza rimase in silenzio.

Il ventaglio bianco apparteneva ormai, con ogni evidenza, a due donne diverse.

La pubblicità apparteneva alla strada e al giornale.

Alvise non aveva bisogno di trasformare né l’una né l’altra cosa in un mistero.

Il giorno seguente ricevette un nuovo invito a un concerto.

Lo accettò.

Non si chiese chi avrebbe incontrato.

Se ci fosse stato un altro ventaglio bianco, lo avrebbe visto.

Se qualcuno avesse voluto parlargli, avrebbe ascoltato.

E se non fosse accaduto nulla, avrebbe semplicemente ascoltato la musica.

Perché negli affari, come nella vita, Alvise conosceva una regola che valeva più di molte intuizioni:

un indizio può aprire un’ipotesi; soltanto i fatti permettono di prendere una decisione.

E lui, prima di decidere, aspettava i fatti.

D. Malecogita

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