Una parete scrostata.
Una finestra senza vetri.
Un tetto sfondato dalla vegetazione.
Un edificio che un tempo aveva una funzione precisa e oggi non serve più a nulla.
Eppure, davanti a queste immagini, spesso ci fermiamo.
Le fotografiamo.
Le osserviamo.
In alcuni casi le consideriamo persino belle.
È una reazione meno naturale di quanto sembri.
Un edificio nuovo comunica solidità, ordine, progettazione. Una rovina comunica invece perdita, deterioramento, abbandono.
Eppure proprio le tracce della distruzione possono diventare il motivo per cui decidiamo di guardare più attentamente.
La domanda interessante non è quindi perché le rovine siano belle.
È quando abbiamo cominciato a guardarle in questo modo.
Quando una rovina diventa un’immagine
Una rovina non nasce come opera d’arte.
Nasce quando qualcosa si rompe, viene abbandonato, viene distrutto o perde la propria funzione.
Il suo significato originario è quindi pratico prima ancora che estetico.
Un tempio era un tempio.
Una fabbrica produceva.
Una casa veniva abitata.
Una stazione serviva a far partire e arrivare i treni.
La rovina arriva dopo.
È il momento nel quale la funzione si ritira e rimane la materia.
Ed è proprio allora che può cambiare il nostro modo di guardarla.
Una colonna spezzata non sostiene più un edificio.
Una finestra senza vetro non serve più a illuminare una stanza.
Un capannone abbandonato non produce più nulla.
Ma possiamo cominciare a osservare forme, proporzioni, superfici, luce.
Quando l’utilità scompare, l’architettura può diventare visibile in un altro modo.
Piranesi e il passato trasformato in immagine
Uno dei passaggi decisivi avviene nel Settecento con Giovanni Battista Piranesi.
Le sue incisioni delle antichità romane non sono semplici registrazioni di ciò che vede.
Piranesi costruisce immagini nelle quali le rovine assumono una dimensione monumentale.
Architetture enormi, scale, archi e colonne occupano lo spazio in modo quasi teatrale.
La Roma rappresentata nelle sue incisioni non è soltanto quella che esiste davanti ai suoi occhi.
È una Roma trasformata dallo sguardo.
Questo è importante perché introduce una distinzione che ritroveremo continuamente nella fotografia:
una cosa è la rovina; un’altra è l’immagine della rovina.
Tra le due c’è sempre qualcuno che sceglie cosa mostrare.
Il Romanticismo e il tempo
Nel Romanticismo questa trasformazione dello sguardo diventa ancora più evidente.
La rovina interessa perché rende visibile qualcosa che normalmente non vediamo: il tempo.
Un edificio nuovo mostra il progetto di chi lo ha costruito.
Una rovina mostra contemporaneamente il progetto e la sua trasformazione.
Possiamo immaginare ciò che era.
Possiamo vedere ciò che è rimasto.
Possiamo intuire ciò che continuerà a scomparire.
La rovina diventa così una forma particolare di memoria.
Non conserva il passato intatto.
Lo conserva attraverso la sua perdita.
È questo uno dei motivi per cui il Romanticismo trova nelle rovine un soggetto privilegiato.
La rovina permette di rappresentare il tempo senza doverlo spiegare.
La natura entra nell’architettura
C’è un’altra trasformazione importante.
Quando un edificio viene abbandonato, la natura comincia lentamente a occuparlo.
La vegetazione attraversa le finestre.
Le radici penetrano nelle strutture.
L’acqua modifica le superfici.
Il muschio copre la pietra.
L’edificio progettato dall’uomo entra progressivamente in un altro sistema.
Non è più soltanto architettura.
Diventa una collaborazione involontaria tra costruzione e natura.
È anche questo che rende alcune rovine così fotogeniche.
Il muro non è più semplicemente un muro.
Diventa superficie.
La vegetazione diventa composizione.
La luce entra dove prima c’era una finestra.
Il tempo aggiunge elementi che l’architetto non aveva previsto.
La rovina diventa, in un certo senso, un’opera senza autore unico.
Poi arriva la fotografia
La fotografia cambia ancora il rapporto con la rovina.
Piranesi doveva interpretare il luogo attraverso l’incisione.
Il fotografo può invece fissare una condizione reale in un determinato momento.
Ma anche la fotografia non è neutrale.
Il fotografo decide il punto di vista.
Sceglie la distanza.
Taglia ciò che sta fuori dall’inquadratura.
Decide quanta luce lasciare entrare.
Può fotografare una rovina come un monumento oppure come un luogo abbandonato.
Può mostrarne la bellezza oppure la devastazione.
Può farla sembrare eterna o temporanea.
La macchina fotografica non elimina lo sguardo. Lo rende visibile.
Per questo due fotografie dello stesso edificio possono raccontare due rovine completamente diverse.
Quando la rovina è ancora una tragedia
Qui però bisogna introdurre una distinzione fondamentale.
Non tutte le rovine possono essere trasformate semplicemente in immagini estetiche.
Le fotografie delle città distrutte durante le guerre del Novecento ci obbligano a guardare la rovina in un altro modo.
In quel caso la distanza storica può non esistere.
La distruzione è appena avvenuta.
Dietro il muro c’erano persone.
Dietro le finestre c’erano case.
Dietro le macerie c’erano vite.
La stessa immagine che può apparire formalmente straordinaria può essere anche la documentazione di una tragedia.
Qui emerge il problema più delicato della fotografia delle rovine:
quando l’estetica rischia di trasformare la distruzione in spettacolo?
Non esiste una risposta valida per ogni immagine.
Ma la domanda è necessaria.
Perché guardare una rovina significa sempre decidere, almeno in parte, che cosa ricordare di ciò che è accaduto.
L’archeologia del presente
Oggi non dobbiamo più andare nell’antichità per trovare rovine.
Possiamo trovarle a pochi chilometri da casa.
Fabbriche dismesse.
Alberghi abbandonati.
Ospedali inutilizzati.
Cinema chiusi.
Stazioni ferroviarie fuori servizio.
Ville lasciate vuote.
È il territorio dell’urban exploration, l’urbex.
Qui accade qualcosa di curioso.
Oggetti appartenenti al passato recente acquistano rapidamente un’apparenza archeologica.
Una vecchia insegna.
Un telefono.
Un computer.
Un banco di scuola.
Una piscina vuota.
Non sono oggetti antichi.
Ma l’abbandono li ha separati dal loro presente.
La fotografia li ricolloca in un tempo diverso.
È una sorta di archeologia del contemporaneo.
E mostra quanto rapidamente il presente possa trasformarsi in passato.
Perché continuiamo a fotografarle?
Forse perché la rovina ci permette di vedere il tempo senza doverlo immaginare.
Un muro consumato mostra che qualcosa è accaduto.
Una superficie annerita registra un passaggio.
La vegetazione indica l’abbandono.
La materia diventa una specie di archivio.
In una fotografia, queste tracce possono essere conservate anche quando la rovina reale scompare.
Ed è qui che la fotografia compie un secondo passaggio.
Prima l’edificio diventa rovina.
Poi la rovina diventa immagine.
L’immagine diventa memoria.
La fotografia non conserva quindi soltanto ciò che resta dell’edificio.
Conserva il modo in cui qualcuno lo ha visto.
La rovina non è necessariamente la fine
C’è infine un paradosso.
Molte rovine acquistano una nuova vita proprio quando perdono la loro funzione originaria.
Un’area industriale può diventare uno spazio culturale.
Un edificio abbandonato può essere restaurato.
Un’antica struttura può diventare museo.
Una rovina può diventare luogo di memoria.
E una fotografia può trasformarla in un’immagine riconoscibile anche a migliaia di chilometri di distanza.
La perdita non coincide necessariamente con la cancellazione.
A volte modifica semplicemente il significato di ciò che è rimasto.
Il passato che fotografiamo è anche il nostro futuro
Forse è questo il motivo per cui le rovine continuano ad attirare il nostro sguardo.
Non perché ci piaccia la distruzione.
Ma perché ci mostrano una trasformazione che riguarda ogni costruzione umana.
Guardiamo una rovina e vediamo contemporaneamente tre tempi:
ciò che l’edificio era, ciò che è diventato e ciò che potrebbe diventare.
È questa sovrapposizione a renderla così potente come immagine.
Piranesi vedeva nelle rovine di Roma la grandezza di una civiltà trasformata dal tempo.
I romantici vi cercavano il sublime e la memoria.
La fotografia moderna ha aggiunto un’altra possibilità: conservare le tracce di un mondo che può scomparire davanti ai nostri occhi.
Oggi fotografiamo anche fabbriche, alberghi e case che non hanno ancora avuto il tempo di diventare storia.
Forse è proprio qui che la rovina contemporanea diventa interessante.
Non ci mostra soltanto il passato. Ci mostra il futuro del presente.
E forse la ragione per cui continuiamo a cercare il bello nelle rovine è proprio questa.
Non guardiamo soltanto ciò che è andato perduto.
Guardiamo il tempo mentre trasforma le cose.
Domenico Galati
Fonti e riferimenti
- Piranesi, Giovanni Battista, Vedute di Roma, ca. 1750–1778.
- Piranesi, Giovanni Battista, Le Antichità Romane, 1756–1757.
- Metropolitan Museum of Art, Romanticism.
- Gallerie degli Uffizi, Rovine delle Terme Antoniniane in “Le Vedute di Roma” di G. B. Piranesi.
- Sontag, Susan, On Photography, 1977.
- Sontag, Susan, Regarding the Pain of Others, Farrar, Straus and Giroux, 2003.