Il processo senza imputato

il processo

La storia di un uomo giudicato da chi non lo aveva mai conosciuto

Firenze, Santa Maria Novella, fine estate del 1503.

Fra Ugo e fra Domenico osservavano da diverso tempo un uomo che nessuno aveva mai chiesto loro di giudicare.

Il giovane arrivava alla basilica prima dell’inizio della Messa.

Non cercava i posti migliori. Non cercava gli sguardi degli altri. Entrava, salutava chi incontrava lungo il cammino e prendeva posto sempre nello stesso banco.

Alcuni ricordavano gli anni della sua prima giovinezza, quando aveva guardato con ironia proprio quegli uomini che ora frequentavano la basilica insieme a lui.

Altri conoscevano soltanto lo scrittore riservato che era diventato.

Pochi sapevano quanto fosse difficile riconoscere un uomo quando il suo presente non coincide più con il suo passato.

Aiutava chi si trovava in difficoltà, ma non lasciava che altri ne parlassero.

Fu proprio quel silenzio ad attirare l’attenzione.

Perché quando un uomo non racconta sé stesso, spesso sono gli altri a farlo al posto suo.

Fra Ugo aveva già scelto la spiegazione.

Il giovane era superbo.

Fra Domenico, il suo secondo, raccoglieva invece dettagli. Annotava, confrontava, collegava. Non offriva accuse: offriva possibilità.

Ed era proprio questo a rendere quelle possibilità difficili da respingere.


ATTO I

Il peccato di esistere

La basilica era affollata dopo la morte di papa Alessandro VI.

La fine di un pontificato lasciava sempre un vuoto, e nei vuoti gli uomini cercavano qualcuno a cui attribuire colpe, paure e speranze.

Firenze aveva bisogno di spiegazioni.

Come accade nei tempi inquieti, molti cercavano risposte nei luoghi dove le parole avevano più peso.

Fra Ugo salì sul pulpito con il volto grave.

Dietro di lui comparve, come un’ombra, la sua coscienza.

Non era un altro frate.

Era la voce che diceva ciò che Fra Ugo pensava e non poteva confessare.

COSCIENZA

«Ricordati, Ugo. Non devi parlare di lui.»

FRA UGO

«Non parlerò di lui.»

COSCIENZA

«No?»

FRA UGO

«Parlerò di un principio.»

COSCIENZA

«Che curiosamente ha il suo volto.»

Fra Ugo ignorò la battuta.

Si rivolse ai fedeli.

FRA UGO

«Fratelli, vi sono uomini che, accecati dall’orgoglio della ragione, credono che il proprio giudizio possa elevarsi sopra ogni autorità.»

La coscienza sorrise.

COSCIENZA

«Un buon principio. Abbastanza vago perché nessuno possa accusarti, abbastanza preciso perché tutti capiscano.»

FRA UGO

«Vi sono uomini di penna che confondono il diritto di pensare con il diritto di giudicare.»

COSCIENZA

«Un po’ più vicino.»

FRA UGO

«Uomini che, dopo la morte di un pontefice, invece di piegare il capo nell’umiltà, hanno preferito elevare la propria opinione.»

Alcuni fedeli si voltarono.

Fra Ugo non aveva fatto un nome.

Aveva fatto qualcosa di più efficace.

Aveva creato un ritratto.

Il giovane, seduto al suo posto, ascoltava.

Non aveva sentito pronunciare il proprio nome.

Non sapeva ancora che un uomo può essere accusato anche senza essere nominato.

Per qualche domenica continuò a dirsi che non era nulla.

Forse si sbagliava.

Forse quei volti non lo riguardavano.

Forse aveva semplicemente cominciato a prestare troppa attenzione agli altri.

Ma una mattina si accorse che, entrando nella basilica, aveva guardato prima verso i banchi degli altri e soltanto dopo verso il proprio.

Fu allora che comprese di aver cominciato a chiedersi che cosa gli altri pensassero di lui.

La scoperta lo turbò più degli sguardi.

Non gli piaceva l’idea che qualcuno potesse costruire un giudizio sulla sua persona senza avergli mai rivolto una domanda.

E soprattutto non gli piaceva scoprire che quel giudizio aveva cominciato a entrare nei suoi stessi pensieri.

Per la prima volta si sentì osservato anche quando nessuno lo stava guardando.

Si sedette.

Pregò.

Ma quel giorno fece più fatica del solito a seguire la Messa.

Non perché avesse paura di essere giudicato.

Perché aveva cominciato a domandarsi quale versione di sé stessero giudicando.

E non sapeva più se quella versione appartenesse a lui o agli altri.


ATTO II

La grande scoperta

Fra Domenico raggiunse Fra Ugo nel chiostro.

FRA DOMENICO

«Ho raccolto altre informazioni.»

FRA UGO

«Informazioni spirituali?»

FRA DOMENICO

«Naturalmente.»

Una pausa.

FRA DOMENICO

«Anche se alcune potrebbero essere molto utili.»

Fra Ugo lo invitò a continuare.

Fra Domenico aprì un piccolo taccuino.

FRA DOMENICO

«È ancora senza moglie.»

La coscienza di Fra Ugo comparve lentamente.

COSCIENZA

«Una scoperta sconvolgente.»

FRA UGO

«È ancora senza moglie?»

FRA DOMENICO

«Non ha preso moglie.»

FRA UGO

«Alla sua età?»

FRA DOMENICO

«Proprio così.»

COSCIENZA

«Una scoperta sconvolgente.»

Fra Ugo rimase pensieroso.

COSCIENZA

«Ecco il momento più delicato. Quando un sospetto comincia a vestirsi da conoscenza.

Prima abbiamo la conclusione.

Poi, con pazienza, cerchiamo qualcosa che le assomigli.

Secoli di spiritualità cristiana hanno conosciuto uomini non sposati dediti allo studio, alla preghiera e alla ricerca della verità.

Ma nel nostro caso abbiamo finalmente trovato la prova decisiva.»

FRA UGO

«Quale?»

COSCIENZA

«Non sappiamo perché non sia sposato.

Quindi possiamo scegliere noi il motivo.»

Fra Ugo rifletté.

FRA UGO

«Potrebbe essere orgoglio.»

FRA DOMENICO

«Potrebbe.»

FRA UGO

«Attaccamento a sé stesso.»

FRA DOMENICO

«Potrebbe.»

COSCIENZA

«Potrebbe anche essere che non abbia trovato la persona giusta.

Ma questa ipotesi è troppo semplice.

Non produce una bella predica.»

I due frati continuarono.

Il giovane non era più un uomo.

Era diventato un teorema.

Un uomo non sposato diventava un libertino nascosto.

Uno scrittore diventava un superbo.

Un uomo che aveva cercato giustizia dopo che un vicino lo aveva accusato, laddove aveva subito il furto del proprio bestiame e l’incendio della sua proprietà diventava, nel racconto degli altri, un uomo incapace di perdonare.

FRA UGO

«Un vero cristiano avrebbe perdonato.»

COSCIENZA

«Curioso.»

FRA UGO

«Cosa?»

COSCIENZA

«Non hai mai chiesto se quell’uomo abbia sofferto.»

FRA UGO

«Non è necessario.»

COSCIENZA

«Per costruire il personaggio che vuoi, certamente no.»


ATTO III

Il giovane che non sapeva di essere protagonista

Il giovane osservava.

La cosa più sorprendente non era che lo giudicassero.

Era che sembravano conoscerlo senza averlo mai conosciuto.

Sapevano dove sedeva.

Sapevano che non era sposato.

Sapevano che aveva scritto.

Sapevano che aveva cercato giustizia.

Avevano raccolto frammenti della sua vita.

Ma non avevano mai cercato la persona che quei frammenti componevano.

Non gli avevano chiesto cosa avesse provato.

Non avevano ascoltato ciò che avrebbe potuto dire.

Avevano cercato una conferma.

E quando un uomo cerca soltanto conferme, anche ciò che vede smette di essere realtà e diventa una prova.


ATTO IV

Gli osservatori

Fra Ugo aveva compreso che le prediche non bastavano.

Le parole dal pulpito potevano orientare gli animi, ma non potevano entrare nei dettagli della vita quotidiana.

Per conoscere davvero un uomo, diceva a sé stesso, bisognava osservarlo.

Naturalmente chiamava quella osservazione prudenza.

La sua coscienza usava un altro termine.

COSCIENZA

«Quando vuoi conoscere un’anima, Ugo, la ascolti.»

FRA UGO

«E quando un’anima può ingannare?»

COSCIENZA

«Allora la osservi.»

FRA UGO

«Vedi?»

COSCIENZA

«Vedo soltanto che hai trovato un modo elegante per chiamare il sospetto.»

Fu così che Fra Ugo si rivolse a una famiglia di orfani benestanti del contado, assidua frequentatrice di Santa Maria Novella.

Il maggiore, Andrea, era un uomo serio, abituato all’ordine e alla disciplina. Conosceva già di vista il giovane e sapeva che, oltre alla sua attività di scrittore, aveva ereditato dal padre una solida posizione economica. Andrea aveva due sorelle in età da marito e un fratello minore, Giovanni, di otto anni, che teneva quasi sempre per mano quando entravano in basilica.

La famiglia, dopo alcune difficoltà recenti, guardava con attenzione anche a quella sicurezza che nessuno osava nominare.

Andrea pensò alle difficoltà degli ultimi mesi, alle sorelle ancora da sistemare e alla sicurezza economica di quell’uomo.
Non formulò un progetto preciso.
Non ce n’era bisogno.
Alcune possibilità cominciano a esistere molto prima che qualcuno abbia il coraggio di chiamarle per nome.

La sorella maggiore faceva molte domande.

Non per diffidenza.

Per curiosità.

Aveva sempre avuto la convinzione che dietro le cose vi fosse qualcosa da comprendere. Quando ascoltava una storia ricordava i particolari. Quando osservava una persona cercava le contraddizioni.

E quando non trovava una spiegazione, invece di tranquillizzarsi, si incuriosiva ancora di più.

La minore era diversa.

Non faceva meno attenzione.

Faceva un’attenzione diversa.

Guardava le persone senza avere fretta di stabilire chi fossero.

Poteva notare un gesto senza trasformarlo immediatamente in un significato.

Guardava.

E aspettava.

Fra Ugo parlò con Andrea in disparte.

FRA UGO

«Non vi chiedo di giudicare nessuno.»

Era una frase che pronunciava proprio perché stava per chiedere qualcosa di molto simile.

ANDREA

«Che cosa desiderate allora?»

FRA UGO

«Soltanto prudenza. Quell’uomo è difficile da comprendere.»

Andrea guardò verso il banco del giovane.

ANDREA

«Lo conoscete?»

Fra Ugo esitò.

FRA UGO

«Abbastanza.»

ANDREA

«Abbastanza per cosa?»

Fra Ugo lo fissò.

FRA UGO

«Per sapere che è prudente osservarlo.»

La coscienza sorrise.

COSCIENZA

«Curioso.

Abbastanza per parlare di lui, non abbastanza per parlargli.»

Andrea tornò a guardare il giovane.

La richiesta gli sembrò strana.

Poi pensò alla posizione della famiglia, alle difficoltà degli ultimi mesi e al prestigio di Fra Ugo.

La richiesta gli sembrò ragionevole.

Annuì.

La maggiore aveva ascoltato senza intervenire.

La parola osservare non le piaceva.

La parola comprendere, invece, sì.

Fra Ugo aveva scelto proprio quella.

E forse fu per questo che accettò.


Ogni domenica la famiglia sedeva poco distante dal giovane.

La prima volta la maggiore si limitò a guardarlo.

La seconda notò che arrivava sempre prima degli altri.

La terza si accorse che, prima di sedersi, salutava il vecchio sacrestano.

La quarta vide un mendicante fermarlo all’uscita.

Il giovane si fermò.

Gli parlò per pochi istanti.

Poi gli mise qualcosa nella mano.

Non si guardò intorno.

Non cercò testimoni.

La maggiore rimase a guardarlo.

Non sapeva perché quel gesto le fosse rimasto impresso.

Forse perché era avvenuto senza che nessuno lo vedesse.

O forse perché, per la prima volta, aveva osservato qualcosa che non aveva bisogno di essere interpretato.

All’inizio raccoglieva particolari.

Poi cominciò a collegarli.

Infine cominciò ad avere bisogno che fossero collegati.

Il modo in cui arrivava.

Il modo in cui pregava.

Quanto rimaneva in silenzio.

Come salutava.

A chi rivolgeva la parola.

A chi invece sembrava evitare.

Un gesto diventava un indizio.

Una pausa diventava una scelta.

Un’occhiata diventava una dichiarazione.

La maggiore non cercava più soltanto ciò che il giovane faceva.

Cercava ciò che immaginava che volesse dire.

Non si accorse del momento esatto in cui aveva smesso di osservare ciò che il giovane faceva e aveva cominciato a osservare ciò che immaginava che significasse.

Il giovane era diventato, senza saperlo, un libro che tutti pretendevano di interpretare senza mai chiedergli di parlare.

Ma nella maggiore c’era qualcosa di diverso.

Non voleva dimostrare che fosse colpevole.

Voleva capire chi fosse.

E proprio per questo rischiava di avvicinarsi più degli altri a un errore che ancora non riconosceva.


Una domenica il giovane non arrivò.

La maggiore se ne accorse prima ancora che iniziasse la Messa.

Guardò verso l’ingresso una volta.

Poi una seconda.

Alla terza, la minore se ne accorse.

MINORE

«Chi aspetti?»

MAGGIORE

«Nessuno.»

La minore guardò verso la porta.

Poi guardò la sorella.

MINORE

«Continui a guardare.»

La maggiore sorrise.

MAGGIORE

«Mi chiedo soltanto dove sia.»

La minore non rispose.

Dopo qualche istante disse:

MINORE

«Non è quello che ti chiedevo.»

La maggiore abbassò lo sguardo.

Per qualche secondo non disse nulla.

Poi il giovane entrò.

La maggiore tornò a guardare verso il banco.

Non provò sollievo.

O almeno non volle chiamarlo così.

La minore non disse più niente.

Aveva capito soltanto che qualcosa era cambiato.


Con il passare delle settimane, la maggiore sviluppò un metodo.

Non dal pulpito.

Dagli sguardi.

Un saluto diventava un segno.

Una distanza diventava un messaggio.

Un silenzio diventava una risposta.

Ma il suo metodo aveva una differenza rispetto a quello di Fra Ugo.

Fra Ugo cercava conferme.

La maggiore cercava significati.

Ed era proprio questo a renderla più difficile da fermare.

La sua coscienza tornò a parlarle.

COSCIENZA DELLA MAGGIORE

«Non può essere un caso.»

MAGGIORE

«Che cosa?»

COSCIENZA

«Che tu abbia notato proprio questo.»

MAGGIORE

«Perché?»

COSCIENZA

«Perché quando una persona comincia a interessarti, tutto diventa importante.»

La maggiore rimase in silenzio.

Guardò verso il banco del giovane.

Lui era seduto al suo posto.

Non faceva nulla.

Non guardava nessuno.

E proprio per questo lei continuò a guardarlo.

La minore, invece, non aveva bisogno di trasformare ogni gesto in una prova.

La incuriosiva il fatto che intorno a quell’uomo tutti sembrassero avere una teoria, mentre lui continuava semplicemente a vivere la propria vita.

Non desiderava interpretarlo.

Le bastava osservarlo come si osserva una persona della cui presenza ci si accorge, senza sentirsi obbligati a formularne un giudizio.

Il giovane, proprio per questo, rimaneva fermo.

Non avrebbe avvicinato una ragazza in basilica soltanto perché uno sguardo sembrava promettere qualcosa.

Forse anche lui aveva provato curiosità.

Ma credeva che alcune cose meritassero un luogo e un tempo diversi.

Così rimase al suo posto.

E mentre tutti costruivano storie su di lui, lui continuava semplicemente a vivere.

Il paradosso era questo.

I frati lo avevano trasformato in un simbolo.

La maggiore in un enigma.

La minore non lo aveva trasformato in nulla.

Aveva lasciato che restasse una persona.


ATTO V

Il giudizio degli interpreti

La notizia arrivò senza rumore.

Nessuna campana.

Nessun annuncio.

Nessuna predica.

Forse era proprio questo a renderla più pesante.

Fra Ugo aveva sempre amato le grandi scene.

Le grandi colpe.

I grandi ammonimenti.

Ma nessuno aveva preparato per lui una grande scena.

Solo una porta che si apriva.

Entrarono due superiori dell’Ordine.

Fra Ugo li accolse con la sicurezza di chi crede di essere chiamato a spiegare il comportamento di altri.

FRA UGO

«Immagino che siate venuti per la questione del giovane.»

Uno dei superiori lo guardò.

SUPERIORE

«No, fra Ugo.»

Una pausa.

SUPERIORE

«Siamo venuti per la questione vostra.»

Per un istante il frate rimase senza risposta.

La sua coscienza apparve accanto a lui.

COSCIENZA

«Attenzione.

Per la prima volta non sei tu colui che osserva.»

FRA UGO

«Ho soltanto cercato di mettere in guardia i fedeli.»

SUPERIORE

«Da chi?»

FRA UGO

«Da un uomo che rischiava di smarrire il senso dell’umiltà.»

SUPERIORE

«Curioso.»

FRA UGO

«Cosa?»

SUPERIORE

«Che per difendere l’umiltà abbiate parlato per mesi dello stesso uomo.

Che per impedirgli di sentirsi troppo importante abbiate fatto in modo che tutta la basilica parlasse di lui.»

Silenzio.

Il superiore aprì un piccolo fascicolo.

SUPERIORE

«Un uomo non sposato.»

Sfogliò una pagina.

SUPERIORE

«Un uomo che ha difeso il proprio onore in tribunale dopo aver subito un torto.»

Un’altra pagina.

SUPERIORE

«Un uomo che ha espresso pubblicamente un’opinione.»

Chiuse il fascicolo.

SUPERIORE

«Questi sono fatti.

Ma il problema è ciò che avete costruito sopra di essi.»

La coscienza di Fra Ugo abbassò lo sguardo.

COSCIENZA

«Temo che abbiano trovato il punto debole dell’edificio.»

FRA UGO

«Io volevo proteggere la comunità.»

SUPERIORE

«E invece avete fatto la cosa più semplice.»

FRA UGO

«Quale?»

SUPERIORE

«Avete trasformato un uomo in un argomento.»

Fra Ugo non rispose.

SUPERIORE

«L’Ordine dei Predicatori non è stato fondato per inseguire uno scrittore sconosciuto.»

FRA UGO

«Temevo il danno che avrebbe potuto arrecare.»

SUPERIORE

«Il nostro compito è predicare il Vangelo, formare le coscienze e servire la verità.

Se dedichiamo mesi a un solo uomo, finiamo per attribuirgli un’importanza che non ha mai cercato di avere.»

Fra Ugo abbassò gli occhi.

SUPERIORE

«Sapete cosa mi addolora?

Non che abbiate osservato un uomo.

Nella vita religiosa anche la vigilanza può essere necessaria.

Mi addolora che abbiate dedicato tanto tempo a cercare ciò che mancava in lui, senza domandarvi che cosa mancasse in voi stessi.»

La coscienza sorrise appena.

COSCIENZA

«È curioso, Ugo.

Volevi mostrare che quell’uomo pensava troppo a sé stesso.

E alla fine sei stato tu a dedicargli più spazio di quanto lui abbia mai cercato.»


ATTO VI

La partenza

La decisione fu presa.

Fra Ugo e Fra Domenico sarebbero stati destinati altrove.

Comunità diverse.

Lontane.

Non come una condanna pubblica, ma come una separazione necessaria.

Nessuna folla li accompagnò.

Nessuna voce si levò contro di loro.

Nessuno trasformò la loro partenza in un racconto.

E forse fu proprio questo il peso maggiore.

La cosa più difficile per Fra Ugo non fu partire.

Fu scoprire che nessuno avrebbe parlato della sua partenza.

Per mesi aveva trasformato un uomo in una storia.

Aveva raccolto dettagli.

Aveva dato significati.

Aveva costruito un protagonista.

Ora la storia continuava senza di lui.


ATTO VII

Il banco vuoto

Passò un anno.

Santa Maria Novella tornò lentamente a respirare.

I fedeli che si erano allontanati tornarono.

Non perché fosse accaduto qualcosa di straordinario.

Ma perché finalmente nessuno chiedeva loro di scegliere una parte.

La basilica tornò a essere una basilica.

Non un’aula di giudizio.

Il giovane continuò a sedersi nello stesso banco.

La cosa più strana era che nulla sembrava cambiato.

Eppure tutto era cambiato.

Fu allora che la maggiore comprese qualcosa che le fece male.

Non perché avesse scoperto di essersi sbagliata.

Tutti possono sbagliare.

La ferita era più profonda.

Aveva riconosciuto il metodo.

Aveva riconosciuto il meccanismo.

Per mesi aveva osservato il giovane come Fra Ugo aveva osservato lui.

Aveva raccolto dettagli.

Aveva collegato episodi.

Aveva costruito una figura.

Una figura coerente.

Forse troppo coerente.

La sua coscienza le parlò.

COSCIENZA DELLA MAGGIORE

«Tu volevi conoscerlo.»

MAGGIORE

«Sì.»

COSCIENZA

«Ma a un certo punto hai smesso di guardarlo.»

Silenzio.

MAGGIORE

«Che cosa ho guardato allora?»

COSCIENZA

«La tua interpretazione di lui.»

La maggiore abbassò lo sguardo.

Per la prima volta comprese ciò che il giovane aveva imparato prima di tutti.

Una persona non è mai soltanto ciò che gli altri riescono a leggere.

È anche ciò che sfugge.

E allora Lorenzo comprese fino in fondo che cosa era accaduto.

Era stata una storia di una cattiveria unica.

Non perché qualcuno lo avesse semplicemente giudicato.

Il giudizio, per quanto ingiusto, appartiene ancora alla superficie delle cose.

La parte più inquietante era venuta prima.

Prima avevano cominciato a studiarlo.

A raccogliere i suoi gesti.

A ricordare dove sedeva, quando arrivava, chi salutava, quanto rimaneva in silenzio.

Poi avevano cominciato a costruire collegamenti.

E infine avevano costruito intorno a lui una palizzata invisibile.

Ogni gesto diventava una tavola.

Ogni silenzio un altro pezzo di legno.

Ogni interpretazione aggiungeva altezza alla recinzione.

Lorenzo pensò che forse quella era la forma più sottile della cattiveria: non aggredire un uomo, ma convincersi di conoscerlo così bene da non aver più bisogno di ascoltarlo.

A quel punto la persona reale non serviva più.

Bastava il personaggio costruito intorno a lui.

E il recinto poteva continuare a crescere anche senza che nessuno si accorgesse di averlo costruito.

La minore, invece, non aveva bisogno di quella rivelazione.

Non perché avesse capito tutto.

Ma perché non aveva mai creduto che una persona potesse essere ridotta alla somma delle proprie interpretazioni.

Aveva guardato il giovane come si guarda un essere umano: con curiosità, con rispetto e senza pretendere di sciogliere ogni mistero.

Era proprio quella semplicità ad averla tenuta lontana dagli errori degli altri. Lo aveva lasciato essere una persona.


Un giorno, all’uscita dalla basilica, il giovane e la maggiore si incontrarono sul sagrato.

Lei lo vide.

Per un istante pensò di passargli accanto senza salutarlo.

Aveva ancora troppe cose da dirgli e nessuna voglia di dirle.

Il giovane si fermò.

La guardò.

Non sembrava sorpreso.

GIOVANE

«Dio vi salvi.»

La maggiore rimase a fissarlo.

Si aspettava una spiegazione.

O forse una giustificazione.

Non arrivò né l’una né l’altra.

Soltanto quel saluto.

Semplice.

Quasi disarmante.

MAGGIORE

«State in pace.»

Non era un invito a rivedersi.

Era una distanza.

Il giovane abbassò appena il capo.

Non cercò di trattenerla.

La maggiore si allontanò.

Fece qualche passo senza voltarsi.

Era ancora arrabbiata.

Ma, per la prima volta, non sapeva più con chi.

Con lui?

Con Fra Ugo?

Con ciò che aveva creduto di aver capito?

O con sé stessa, per essersi accorta troppo tardi di aver cercato una risposta da un uomo al quale non aveva mai veramente fatto una domanda?

Continuò a camminare.

Poi rallentò.

Quel saluto le tornava continuamente alla mente.

Non era stato il saluto di un uomo che non aveva capito.

Né quello di un uomo che aveva dimenticato.

Era stato il saluto di un uomo che aveva compreso abbastanza da non trasformare ciò che aveva compreso in un’accusa.

Aveva visto i suoi sguardi.

Aveva visto i suoi silenzi.

Aveva capito che, per molto tempo, lei aveva cercato un significato dietro ogni suo gesto.

Eppure non aveva scelto di usarlo contro di lei.

La maggiore abbassò lo sguardo.

Per la prima volta non si sentì giudicata.

Si sentì conosciuta.

Ed era proprio questo a metterla più in difficoltà di qualsiasi accusa.

Un’accusa può essere respinta.

La benevolenza di chi ha visto tutto e decide comunque di non ferire, invece, lascia ben poche difese.

Si fermò.

Per un momento pensò di tornare indietro.

Avrebbe potuto chiedergli ciò che per mesi aveva cercato di capire.

Avrebbe potuto finalmente porre quella domanda che aveva continuato a formulare nella propria mente senza avere mai il coraggio di pronunciarla.

Ma non tornò.

Forse perché non aveva più una domanda.

O forse perché aveva finalmente compreso che nessuna risposta avrebbe potuto restituirle ciò che lei stessa aveva costruito nella propria immaginazione.

Riprese a camminare.

Non era una fuga.

Non era una sconfitta.

Era il gesto di una persona che non aveva ancora smesso di essere arrabbiata, ma non sapeva più se quella rabbia appartenesse davvero all’uomo che aveva davanti.

Alle sue spalle, il giovane rimase ancora qualche istante sul sagrato.

Non la chiamò.

Non la seguì.

Poi rientrò nella basilica.

La distanza rimase.

E forse, in quel momento, era l’unica cosa che entrambi riuscivano ancora ad accettare.

Lorenzo aveva perdonato ciò che lei aveva fatto. Lei, invece, non riusciva a perdonarsi di aver avuto bisogno del suo perdono.


Passarono alcuni mesi.

La maggiore cominciò a frequentare un altro uomo.

Era rispettabile.

Educato.

Conosceva le regole.

Sapeva cosa dire davanti agli altri e, soprattutto, non lasciava domande senza risposta.

La famiglia lo apprezzava.

Andrea lo considerava affidabile.

La minore non aveva nulla da rimproverargli.

Era, sotto ogni aspetto, un uomo adatto a lei.

E forse fu proprio questo il problema.

Con lui la maggiore non doveva interpretare nulla.

Se sorrideva, sorrideva perché era contento.

Se era triste, lo diceva.

Se voleva qualcosa, la chiedeva.

Non c’erano silenzi da decifrare.

Non c’erano sguardi da interpretare.

Non c’erano significati nascosti.

Era un uomo semplice da comprendere.

E la maggiore si convinse che quella fosse finalmente la serenità che aveva cercato.

Quando la famiglia cominciò a parlare del matrimonio, lei sorrise.

Sorrideva spesso.

Un sorriso impeccabile.

Le labbra si aprivano.

I denti comparivano.

La voce diventava più leggera.

Ma gli occhi rimanevano quasi sempre immobili.

La minore se ne accorse.

Una sera la guardò a lungo.

MINORE

«Sei felice?»

La maggiore sorrise.

MAGGIORE

«Certo.»

La minore non insistette.

Aveva imparato che alcune risposte vengono date proprio per impedire che vengano fatte altre domande.


La maggiore cominciò allora a raccontarsi una storia.

Il giovane era stato troppo complicato.

Troppo orgoglioso.

Troppo chiuso.

Forse persino un po’ folle.

Aveva passato mesi a cercare di comprenderlo perché in lui doveva esserci qualcosa che non andava.

Un uomo normale avrebbe parlato.

Un uomo normale avrebbe spiegato.

Un uomo normale avrebbe cercato lei.

Così, lentamente, la maggiore arrivò alla conclusione che le permetteva di non mettere più in discussione sé stessa.

Il problema non era stato il modo in cui lei lo aveva guardato.

Era lui.

Era il giovane a essere incomprensibile.

Era lui ad avere qualcosa di sbagliato.

Era lui, forse, a essere pazzo.

La parola le sembrò dapprima eccessiva.

Poi diventò comoda.

E ciò che è comodo, quando viene ripetuto abbastanza a lungo, finisce per sembrare vero.

Una domenica, uscendo dalla basilica, la minore le domandò:

MINORE

«Ci pensi ancora?»

La maggiore rimase in silenzio.

Poi sorrise.

MAGGIORE

«No.»

La minore la guardò.

La maggiore aggiunse:

MAGGIORE

«Era lui il pazzo.»

Lo disse quasi con sollievo.

Come se finalmente avesse trovato la spiegazione che per tanto tempo le era mancata.

La minore non rispose.

Guardò sua sorella.

Guardò quel sorriso.

E capì che non era triste perché la maggiore amasse ancora il giovane.

Era triste perché aveva finalmente trovato un modo per non doverlo più capire.


Quando il giovane la vedeva in basilica, dopo il fidanzamento, non cercava più di comprendere che cosa pensasse.

Aveva imparato.

Almeno in parte.

Aveva imparato che non tutto ciò che ci incuriosisce deve essere spiegato.

Eppure, ripensando a quei mesi, si accorse che una sola persona non aveva mai cercato di leggerlo come un enigma.

La minore.

Osservava senza costruire teorie.

Non sapeva se quella fosse semplice curiosità, naturale benevolenza o qualcosa di più profondo.

E comprese che non aveva bisogno di stabilirlo.

Gli bastava riconoscere una cosa.

Tra tutti coloro che avevano incrociato il suo cammino, era stata la persona più libera dai pregiudizi.

Tra tutti coloro che avevano cercato di comprenderlo, era stata l’unica a non avere fretta di spiegargli chi fosse.

Non l’intelligenza di chi pretende di spiegare ogni cosa.

Quella, più rara, di chi sa lasciare all’altro lo spazio per essere sé stesso.

Il giovane pensò che, se un giorno si fossero incontrati altrove, lontano da quel banco e da tutte quelle interpretazioni, avrebbe parlato volentieri con lei.

Non per risolvere un enigma.

Ma perché gli sembrava la persona con cui sarebbe stato possibile parlare davvero.

Aveva saputo conservare il dubbio senza trasformarlo in un processo.

Pensò che alcuni incontri non sono destinati a diventare una storia.

E tuttavia lasciano il rimpianto sereno di una conversazione che avrebbe meritato di esistere.

Dopo qualche tempo

Una sera, all’uscita dalla basilica, la minore vide Lorenzo fermo sul sagrato.
Si fermò a qualche passo da lui.
Per un istante pensò di proseguire.
Poi cambiò idea.

Lorenzo si accorse della sua presenza e si voltò.

LORENZO
«Dio vi salvi.»

La minore sorrise.

MINORE
«Guardate un po’ quanto male mi avete fatto.»

Lorenzo rimase in silenzio.
Per un momento non sembrò sapere se dovesse prenderla sul serio.

MINORE
«Non fate quella faccia.»

LORENZO
«Quale faccia?»

MINORE
«Quella di chi sta già cercando di capire dove sia la colpa.»

Lorenzo accennò un sorriso.

LORENZO
«E non dovrei?»

MINORE
«No.»

Una pausa.

MINORE
«Per una volta dovreste limitarvi ad ascoltare.»

Lorenzo la guardò con attenzione.

MINORE
«Per molto tempo ho creduto che avreste scelto mia sorella.»

LORENZO
«Non l’ho mai detto.»

MINORE
«Lo so.»

Abbassò lo sguardo.

MINORE
«È stata una cosa che ho deciso io.»

Lorenzo rimase ancora in silenzio.

MINORE
«E forse è stata la cosa più sciocca che abbia fatto.»

LORENZO
«Perché?»

La minore sollevò gli occhi.

MINORE
«Perché ho aspettato.»

LORENZO
«Cosa?»

MINORE
«Che foste voi a fare il primo passo.»

Un breve silenzio.

Lorenzo la guardò.

In altre circostanze avrebbe trovato una risposta pronta.
Quella volta, invece, esitò.

Gli tornò alla mente il sagrato: Andrea, esasperato dal suo continuo trattenersi, aveva finito per scherzare su di lui, mentre lei era rimasta immobile.

Lorenzo aveva compreso da tempo dove Andrea volesse condurlo.

Sapeva che faceva il sensale di terreni agricoli e cascinali e conosceva anche le difficoltà economiche che aveva attraversato negli ultimi tempi. Non gli sembrava disonorevole che una famiglia cercasse sicurezza. Ciò che lo infastidiva era il modo.

Andrea si mostrava come un uomo che non aveva bisogno di nulla, ma intanto lasciava intendere che Lorenzo avrebbe potuto rappresentare una soluzione conveniente per la famiglia.

Se avevano bisogno, pensava, avrebbero potuto dirlo.

Quello che non accettava era di essere avvicinato come un uomo dal quale ottenere qualcosa, mentre gli si lasciava credere che tutto nascesse soltanto da un interesse sincero.

Per questo aveva scelto di non fare il primo passo.

Non voleva che un suo gesto potesse essere scambiato per adesione a un gioco che aveva già compreso.

Era abituato, anche nel lavoro di scrittore, a non fermarsi alla prima versione dei fatti. Cercava dettagli, confrontava comportamenti, cercava ciò che non veniva detto. Non prendeva per vera la prima spiegazione che gli veniva offerta.

Ora, invece, lei era davanti a lui e gli stava chiedendo proprio quello che fino ad allora aveva rifiutato di fare.

MINORE
«Pensavo che, dopo tutto quello che era successo, avreste capito.»

LORENZO
«Ho capito molte cose.»

MINORE
«Ma non questa.»

LORENZO
«No.»

La minore sorrise appena.

MINORE
«Allora siete meno intelligente di quanto pensassi.»

Lorenzo rise piano.

LORENZO
«È possibile.»

MINORE
«No. Non lo è.»

Una pausa.

MINORE
«Siete soltanto troppo prudente.»

Lorenzo la guardò.

LORENZO
«E voi troppo coraggiosa.»

MINORE
«No.»

Abbassò appena la voce.

MINORE
«Solo stanca di aspettare.»

Per qualche istante nessuno parlò.

La basilica alle loro spalle si stava svuotando.
Le ultime persone attraversavano il sagrato senza prestar loro attenzione.

La minore guardò verso la strada.

MINORE
«Non vi chiederò che cosa avete pensato di me in questi mesi.»

LORENZO
«Perché?»

MINORE
«Perché questa volta voglio evitare di interpretare qualcuno.»

Lorenzo la guardò.
Lei sorrise.

MINORE
«Vi farò una domanda.»

LORENZO
«Quale?»

La minore lo guardò per qualche istante.

MINORE
«Avete voglia di conoscermi?»

Lorenzo rimase in silenzio.

Quella domanda lo spiazzò più di quanto avrebbe voluto ammettere.

Lorenzo

tra sè

«Dov’era finito l’altro Lorenzo?»

Quella volta non gli venne nessuna risposta pronta.

LORENZO
«Sì.»

La minore sorrise.

MINORE
«Bene.»

Fece qualche passo per allontanarsi.
Poi si voltò.

MINORE
«Allora questa volta tocca a voi.»

LORENZO
«Che cosa?»

MINORE
«Fare il primo passo.»

Una pausa.

MINORE
«Non vi sto chiedendo di entrare nel gioco di mio fratello.»

Lo guardò.

MINORE
«Vi sto chiedendo di parlare con me.»

Lorenzo la guardò allontanarsi.

Per la prima volta, dopo tanto tempo, non aveva davanti un enigma da risolvere.

Aveva davanti una persona che gli aveva parlato.

E forse era proprio questo il modo più semplice in cui una storia poteva cominciare.

EPILOGO

Ciò che resta di un uomo

Negli anni che seguirono, Lorenzo di Valdieri, il giovane scrittore fiorentino, si sposò, ebbe dei figli e vide crescere la propria fama di scrittore.

Le sue opere sarebbero state lette e discusse ben oltre le mura di Firenze.

Eppure non fece mai di quei mesi un racconto.

Non raccontò delle prediche di Fra Ugo.

Non raccontò delle interpretazioni di Fra Domenico.

Non raccontò della maggiore, né del lungo equivoco nato intorno alla sua figura.

Non perché avesse dimenticato.

Ma perché aveva compreso che alcune vicende, una volta superate, non hanno bisogno di essere consegnate al giudizio degli altri.

Gli uomini che avevano cercato di trasformarlo in un argomento erano ormai lontani.

Lui preferì continuare a scrivere di uomini, passioni e debolezze.

Forse aveva imparato una cosa semplice.

Ogni persona è più grande della storia che gli altri costruiscono intorno a lei.

E forse la vera intelligenza non consiste nel trovare una spiegazione per ogni persona che incontriamo.

Consiste nel riconoscere il momento in cui una spiegazione comincia a diventare una prigione.

Fra Ugo aveva trasformato un uomo in un’accusa.

La maggiore lo aveva trasformato in un enigma.

La minore, senza sapere di farlo, aveva compiuto il gesto più difficile.

NOTA DELL’AUTORE

Un assassino resta responsabile del proprio crimine.

La misericordia non cancella la vittima, non nega la colpa e non trasforma il male in bene. Ma distingue l’atto dalla persona.

È anche questa la distinzione che attraversa Il processo senza imputato.

La vicenda nasce da un contrasto, il giovane scrittore ha criticato duramente Alessandro VI, ricordandone la condotta politica, familiare e morale e la distanza dall’immagine che la Chiesa avrebbe voluto offrire.

Fra Ugo, come Fra Domenico, aveva saputo trarre vantaggio da quel sistema più di quanto fosse disposto ad ammettere. Dopo la morte di Alessandro VI, i loro superiori finirono per rendersi conto che quella vicinanza al potere era andata oltre il limite e che entrambi avevano ricevuto benefici che non potevano più essere ignorati. Fu allora che quella stagione di privilegi cominciò a presentare il suo conto.

Alessandro VI era stato un pontefice controverso. Il suo pontificato aveva lasciato dietro di sé scandali, alleanze, favori e compromessi. Ma per Fra Ugo quella critica non riguardava soltanto una figura ormai morta.

Toccava anche una parte della propria storia.

È qui che nasce l’equivoco.

Fra Ugo comincia col contestare le parole dello scrittore e finisce per giudicare l’uomo che le ha pronunciate.

Il passaggio è sottile, ma decisivo.

Non si domanda più se la critica sia fondata.

Si domanda che tipo di uomo possa averla formulata.

Da quel momento ogni particolare diventa una possibile conferma, il fatto che Lorenzo non sia sposato, la sua riservatezza, il suo mestiere di scrittore, il modo in cui difende il proprio onore dopo aver subito un torto.

Il fatto non basta più.

Serve l’interpretazione del fatto.

E quando l’interpretazione prende il posto dell’ascolto, l’uomo reale diventa superfluo.

Fra Ugo accusa Lorenzo di ridurre Alessandro VI ai suoi aspetti peggiori, mentre finisce per ridurre Lorenzo al suo giudizio su Alessandro VI.

Il primo giudica un uomo morto attraverso le sue azioni.

Fra Ugo giudica un uomo vivo attraverso le sue parole.

La contraddizione è tutta qui.

Ma il processo non finisce con Fra Ugo.

La maggiore ripete lo stesso meccanismo in una forma più sottile. Non vuole condannare Lorenzo, vuole comprenderlo. Lo osserva, raccoglie dettagli, collega gesti e silenzi, fino a costruire un’immagine coerente di lui.

Ed è proprio allora che smette di vedere Lorenzo e comincia a vedere la propria interpretazione di Lorenzo.

La minore compie invece il gesto più semplice e, forse per questo, più difficile, non pretende di spiegare l’altro prima di avergli parlato.

La novella non vuole dunque stabilire chi abbia ragione nel giudicare una persona.

Vuole ricordare quanto sia facile confondere la conoscenza con l’interpretazione.

E forse il vero errore non consiste nell’interpretare una persona.

Consiste nel dimenticare, mentre la si interpreta, che quella persona può ancora parlare.


Ognuno può costruirsi la propria interpretazione. Ma non può pretendere che la realtà si adegui ad essa.

Una coincidenza che mi ha colpito
Rileggendo oggi Il processo senza imputato alla luce delle parole pronunciate da Papa Leone XIV a San Marino, ho ritrovato una sorprendente consonanza: il rapporto tra libertà, coscienza e rispetto della persona. Il mio racconto vi arriva attraverso una vicenda diversa e attraverso il tema del giudizio sull’altro, ma la domanda di fondo è la stessa: quanto rimane della libertà di una persona quando gli altri hanno già deciso chi essa sia?

D. Malecogita


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