Il laboratorio e le targhette

le targhette

Maschere sterili

VOCE FUORI SCENA

C’è un luogo dove la gerarchia è più visibile delle competenze.
Dove le targhette contano più dei risultati.
Dove “pubblico” significa “di tutti”.
E l’accesso è di pochi.

È un ospedale.

Non uno in particolare.
Ma uno qualsiasi, in cui il corridoio è più lungo del merito
e la fila più importante della diagnosi.

Qui il protagonista non è un medico.
È un editore.

Uno che lavora con le parole.
E che, per una volta, avrebbe bisogno soltanto di sangue.
Per un esame non comune.
Analisi del sangue.
Formalmente ordinarie.
Nella pratica, tutt’altro che routine.

In un sistema che si dice gratuito.

Scena 1 – Il Corridoio

(Luci fredde. Neon tremolanti. Sedie in plastica. Una macchinetta del caffè che tossisce. L’EDITORE è seduto con un foglio in mano. Dietro di lui compare il DOPPIO.)

EDITORE
(dando un’occhiata al foglio)
Esami ematochimici completi. Nulla di straordinario.
A parte un parametro che analizzano in pochi.
E naturalmente, proprio lì.

IL DOPPIO
Nulla di straordinario…
Se non il fatto che per farli ti sei dovuto far raccomandare.

EDITORE
Non è una raccomandazione.
È una segnalazione.
Una cortesia tra professionisti.

IL DOPPIO
Ah.
La semantica salva la coscienza.

(Si apre una porta. Un’infermiera pronuncia il nome con tono neutro.)

Scena 2 – Il Capo

(Ufficio ordinato. Troppo ordinato. Un ordine che sa di esposizione, non di efficienza.
Dietro la scrivania il CAPO MEDICO. Camice perfettamente stirato, quasi rigido. Sul risvolto, una costellazione di targhette rotonde: “Orgoglioso di essere medico laboratorista”. “La scienza prima di tutto”. “Difendiamo la sanità pubblica”.

Lucide. Ripetute. Ridondanti. Come medaglie autoassegnate.)

Le stesse, identiche, con slogan intercambiabili, che indossa a ogni occasione utile.

L’orgoglio, per lui, è un accessorio.
Un badge.
Una spilletta da cambiare a seconda del pubblico.

Non è identità.
È esposizione.

Ogni targhetta è una dichiarazione preventiva:
“Non discutetemi. Guardate cosa rappresento.”

Ma sotto il metallo lucido non c’è un ideale.
C’è un ruolo.
E sotto il ruolo, una gerarchia da difendere.

CAPO MEDICO
(alzando appena lo sguardo)
Ah. Lei è l’editore.

EDITORE
Sì. Mi hanno detto di rivolgermi a lei per…

CAPO MEDICO
(interrompendo)
Qui non si “rivolge”.
Qui si accede secondo protocolli.

(Osserva il foglio. Poi l’editore. Poi di nuovo il foglio.)

CAPO MEDICO
Chi l’ha mandato?

(Pausa.)

EDITORE
Il dottor Rinaldi.

(Un lampo negli occhi del Capo. Impercettibile. Irritazione.)

CAPO MEDICO
Ah.
Rinaldi.

IL DOPPIO
Hai visto?
Non ha chiesto cosa hai.
Ha chiesto chi conosci.

Scena 3 – L’Interrogatorio

(Sala prelievi. Sedia in acciaio. L’EDITORE è seduto. Il CAPO MEDICO resta in piedi. Troppo vicino.)

CAPO MEDICO
Lei di cosa si occupa esattamente?

EDITORE
Editoria culturale.

CAPO MEDICO
Ah. Cultura.
E si guadagna?

EDITORE
Quanto basta.

CAPO MEDICO
(annota qualcosa che non c’entra nulla con le analisi)
E che tipo di libri pubblica?

IL DOPPIO
Sta misurando il tuo valore.
Non clinico. Sociale.

EDITORE
Non credo che sia rilevante per gli esami.

CAPO MEDICO
Qui tutto è rilevante.

(Pausa lunga. L’ago entra. Il sangue scorre.)

CAPO MEDICO
Sa, noi siamo il cuore invisibile dell’ospedale.
Senza laboratorio non c’è diagnosi.

(Accarezza una delle tante targhette sul camice.)

Orgoglioso di essere medico laboratorista.

IL DOPPIO
Orgoglioso.
Lo dice due volte.
Perché una non basta.

Scena 4 – Il Raccomandante

(Corridoio laterale. Il DOTTOR RINALDI, prossimo alla pensione. Sguardo stanco.)

RINALDI
Spero che sia andato tutto bene.

EDITORE
Diciamo… sì.

RINALDI
Sai com’è.
Meglio non creare attriti.
Io sono quasi alla fine.

IL DOPPIO
Traduzione: non posso permettermi di difenderti.

RINALDI
Lui ha ancora anni davanti.
Io no.

EDITORE
Non le ho chiesto di difendermi.

RINALDI
No.
Ma il sistema funziona così.

(Pausa. Rinaldi guarda altrove.)

RINALDI
Capiscimi.

IL DOPPIO
Ti sta lasciando solo.
Per non contraddire chi potrà favorire altri.

Scena 5 – La Lettera

(Ufficio del Capo. Computer acceso. Il Capo scrive. Legge ad alta voce mentre digita.)

CAPO MEDICO
“Egregio collega dott. Rinaldi,
mi permetto di segnalarle che il suo assistito ha mostrato atteggiamenti poco consoni al rispetto delle procedure…”

(pausa, sorride appena)

“…e una certa insofferenza verso la struttura organizzativa del nostro reparto.”

(Si ferma. Riprende.)

“Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.”

(Firma.)

IL DOPPIO
Non è una lettera clinica.
È una dichiarazione di territorio.

(Il Capo si sistema le targhette. Una cade. La raccoglie. La rimette.)

Scena 6 – Referto

(Luce neutra. L’EDITORE apre una busta. Esami perfetti. Tutto nei valori.)

EDITORE
Quindi sto bene.

IL DOPPIO
Il sangue sì.
Il sistema no.

EDITORE
È gratuito, dicono.

IL DOPPIO
Sì.
Paghi solo in relazioni.
In silenzi.
In dignità.

Scena 7 – Finale

(Corridoio vuoto. Sera. Le luci si spengono una a una.)

L’EDITORE cammina verso l’uscita.

Dietro di lui, le porte del laboratorio si chiudono automaticamente.

Automaticamente.

IL DOPPIO
Hai visto?

EDITORE
Cosa?

IL DOPPIO
Non ti hanno fatto pagare il ticket.
Ma ti hanno fatto pesare l’accesso.

(Pausa.)

EDITORE
Non tornerò.

IL DOPPIO
Non serve.
Il sistema non si accorge di chi esce.

(Silenzio lungo.)

VOCE FUORI SCENA

Negli ospedali la gerarchia dovrebbe proteggere la competenza.
A volte protegge solo se stessa.

E quando il merito diventa facciata,
le targhette brillano più dei risultati.

Il sangue è stato analizzato.
La salute è salva.

Ma qualcosa, nel corridoio,
è ancora malato.

(L’editore esce. Le luci si spengono. Resta solo il neon del laboratorio. Freddo. Bianco.)

Sipario.

D. Malecogita

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