Per chi stiamo scrivendo?

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«Ma alla fine, per chi stiamo scrivendo?»

La domanda è venuta fuori durante una di quelle conversazioni tra colleghi che cominciano parlando di giornali e, dopo mezz’ora, hanno già cambiato argomento quattro volte. Si parte dalle copie che non si vendono più come una volta, dai lettori spariti dalle edicole, da chi legge tutto sul telefono e non ha mai comprato un giornale, poi arrivano i social, l’intelligenza artificiale, gli algoritmi e tutto quello che avrebbe dovuto salvare l’editoria e che, almeno per ora, ha aggiunto qualche altro problema. Poi qualcuno dice: «Sì, va bene. Ma noi, oggi, per chi scriviamo?» E lì la conversazione cambia, perché non stiamo parlando soltanto dei giornali. Stiamo parlando di un Paese che nel frattempo è cambiato parecchio, mentre noi continuavamo a discutere di come raccontarlo. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Al primo gennaio 2026 i residenti con cittadinanza straniera erano 5 milioni e 560 mila, il 9,4 per cento della popolazione. Nel frattempo, nel 2025 sono state vendute 430 milioni di copie di quotidiani, contro i 620 milioni del 2021. Qualcosa è cambiato. Ma mentre i numeri scendono, le storie continuano ad aumentare. Basta uscire da una redazione e fare un giro per un quartiere per accorgersi che il mondo non ha smesso di muoversi. Ci sono persone che aprono attività, giovani che provano a inventarsi un lavoro, associazioni che tengono insieme pezzi di territorio, professionisti che mettono a disposizione quello che sanno fare e persone con un’idea che cercano qualcuno disposto ad ascoltarla. Ci sono territori nei quali accadono cose interessanti senza che quasi nessuno se ne accorga. Per una rivista questo è un problema, ma anche un’opportunità. Se continuiamo a guardare soltanto quello che finisce sui grandi giornali rischiamo di raccontare sempre le stesse cose, alle stesse persone e nello stesso modo, mentre fuori c’è una realtà che aspetta qualcuno disposto ad andare a cercarla. È qui che comincia Caribo. Non siamo nati con la pretesa di avere trovato la formula per salvare l’editoria italiana. Se l’avessimo avuta, probabilmente oggi faremmo un altro mestiere e avremmo già comprato una barca abbastanza grande da non dover più rispondere alle telefonate dell’ufficio amministrativo. Caribo è nata da una necessità concreta e, lavorandoci dentro, abbiamo capito che una rivista può essere qualcosa di più di una raccolta di articoli. Può mettere in contatto persone, attività, idee e territori. Può raccontare chi sta facendo qualcosa e magari far incontrare due persone che, da sole, non si sarebbero mai cercate. È questo il momento che ci interessa: quando un’idea non è ancora perfetta, ma può diventare possibile. La parola progetto, ormai, è diventata una specie di passe-partout. La metti davanti a quasi qualsiasi cosa e sembra subito più importante: progetto culturale, territoriale, di comunicazione, di rigenerazione. Poi arrivano la presentazione, le fotografie, la grafica elegante e magari una parola inglese che nessuno ha il coraggio di chiedere cosa significhi davvero. Anche Caribo è un progetto. La differenza è che vorremmo farlo uscire dalla carta. Vorremmo incontrare chi ha un’idea, un’azienda che vuole fare qualcosa sul territorio, un’associazione che lavora da anni, qualcuno che sa fare una cosa bene ma non ha mai trovato il modo di raccontarla. Ci interessa il territorio quando si muove davvero, quando prova, sbaglia e qualche volta riesce. E poi c’è Roma. Una città complicata, piena di storia e continuamente attraversata da persone, attività, idee e cambiamenti. Qui il passato non è mai veramente passato e il presente spesso arriva prima che qualcuno abbia avuto il tempo di accorgersene. Per questo parlare di radici non significa mettere una catena intorno alla storia. Significa sapere da dove veniamo mentre proviamo a capire dove stiamo andando. Una rivista può raccontare entrambe le cose, senza trasformare la cultura in una lezione, l’economia in un catalogo pubblicitario e il territorio in una brochure. E può anche divertirsi. Abbiamo già abbastanza racconti nei quali tutto va male e abbastanza esperti che ci spiegano che il futuro sarà complicato. Noi vorremmo cercare anche quello che funziona: le persone che fanno, provano, inventano e qualche volta riescono. È qui che entra anche la ricerca di risorse.

Una rivista non vive di buone intenzioni. Il lavoro costa, il tempo costa e le idee, quando diventano serie, hanno bisogno di qualcuno che le sostenga. Per questo non ci interessa soltanto trovare lettori. Ci interessa trovare interlocutori: aziende, professionisti, realtà culturali e persone che abbiano voglia di costruire qualcosa insieme. Non chiediamo semplicemente di finanziare una rivista. L’idea è più semplice: facciamo qualcosa insieme e vediamo dove possiamo arrivare. È una cosa un po’ da pirati, lo ammetto. Si guarda la mappa, si controlla che ci sia abbastanza vento e si parte. Qualche volta sbagliamo rotta, ma quando davanti compare qualcosa che non avevamo previsto possiamo sempre cambiare direzione. Caribo oggi è una rivista, ma non vorremmo che rimanesse soltanto una rivista. Vorremmo che diventasse un modo per scoprire persone e idee, creare connessioni e aiutare, quando possibile, qualche buona idea a diventare qualcosa di concreto. Non scriviamo per un lettore immaginario costruito a tavolino, ma per le persone che incontriamo, per quelle che stanno facendo qualcosa e per quelle che hanno un’idea e cercano qualcuno disposto ad ascoltarla. E magari anche per chi, leggendo Caribo, penserà: «Questa cosa mi interessa. Vediamo che cosa possiamo farci insieme». A quel punto il progetto comincia davvero. E noi, da buoni pirati, saremo già da qualche parte a cercare la prossima isola.

Direttore responsabile, Domenico Galati

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