Il parente bastardo che il Direttore voleva nascondere
VOCE NARRANTE
Ci sono nomi che nascono per caso.
Altri vengono scelti.
Altri ancora vengono scelti con la convinzione che, una volta scelti, obbediranno per sempre a chi li ha scelti.
È un’illusione frequente.
Un nome, una volta messo al mondo, comincia a vivere per conto proprio.
Trova parenti.
Assume significati.
Si mette in mezzo.
E qualche volta, quando tutto sembra finalmente sistemato, presenta il conto.
Caribo appartiene a quest’ultima categoria.
Perché dietro quella parola apparentemente innocua si incontrano almeno due storie molto diverse.
La prima conduce ai Caribi, popolazione precolombiana originariamente stanziata nell’area settentrionale del Venezuela e poi diffusasi nelle Antille. La storia del loro nome, attraverso la trasmissione europea, si intrecciò anche con la formazione della parola «cannibale».
La seconda conduce molto più lontano, nella letteratura italiana.
Nel canto XXXI del Purgatorio, Dante vede avanzare verso Beatrice le virtù teologali e descrive il loro movimento con una delle espressioni più enigmatiche del canto:
«danzando al loro angelico caribo».
Il termine è stato tradizionalmente interpretato come canto, danza o canzone a ballo.
Da una parte, dunque, i Caribi.
Dall’altra, Dante.
Da una parte, il cannibale.
Dall’altra, Beatrice.
Da una parte, il Nuovo Mondo raccontato dagli europei.
Dall’altra, il Paradiso terrestre di Dante.
E tutti e due, per una di quelle ironie che la lingua concede senza chiedere il permesso, finiscono per passare attraverso la stessa parola.
Il Direttore, quando aveva scelto il nome, naturalmente aveva scelto anche la parentela.
Quella presentabile.
Quella da ricevimento.
Quella che si può mettere in una presentazione istituzionale senza dover spiegare troppe cose.
Il problema è che nessuno, quando aveva scelto il nome, aveva invitato il bastardo.
DIRETTORE
«Carìbo.»
IL DOPPIO
«Càribo. »
DIRETTORE
«Carìbo. »
IL DOPPIO
«Càribo. »
DIRETTORE
«Con l’accento sulla i. »
IL DOPPIO
«Con l’accento sulla a. »
DIRETTORE
«Dante. »
IL DOPPIO
«Cannibali. »
DIRETTORE
«Beatrice. »
IL DOPPIO
«Caribi. »
DIRETTORE
«Le virtù teologali. »
IL DOPPIO
«Colombo. »
DIRETTORE
«La danza.»
IL DOPPIO
«L’antropofagia. »
DIRETTORE
«La letteratura. »
IL DOPPIO
«La storia. »
DIRETTORE
«Non puoi ridurre tutto a una battuta. »
IL DOPPIO
«Infatti.
Sto cercando di capire perché tu abbia bisogno di tante.»
Silenzio.
La giovane redattrice smise di digitare.
La redattrice anziana non alzò nemmeno gli occhi.
Il Direttore guardò il Doppio con quella particolare espressione che gli riservava quando aveva capito che la conversazione stava andando in una direzione che non aveva autorizzato.
DIRETTORE
«Quando abbiamo scelto il nome nessuno aveva messo in mezzo il cannibale. »
IL DOPPIO
«Appunto.»
DIRETTORE
«Non c’era nessun cannibale.»
IL DOPPIO
«C’era. »
DIRETTORE
«Dove?»
IL DOPPIO
«Nel nome. »
DIRETTORE
«Ma noi non lo sapevamo. »
IL DOPPIO
«Questo non lo rende meno parente. »
DIRETTORE
«Non era quello il significato che avevamo scelto. »
IL DOPPIO
«Lo so.
È proprio questo il problema.»
VOCE NARRANTE
Il Doppio non aveva nulla contro Dante.
Anzi.
Gli piaceva Dante.
Gli piacevano Beatrice, il Purgatorio, la selva, la purificazione, la luce, il viaggio dall’errore alla conoscenza.
Gli piaceva perfino l’idea che una rivista potesse portarsi dietro un nome capace di evocare una danza celestiale nel momento in cui Dante torna ad incontrare Beatrice.
Era un’origine magnifica.
Troppo magnifica.
Il Doppio aveva infatti una particolare diffidenza per le origini che, a posteriori, diventano improvvisamente perfette.
Perché una cosa è scegliere un significato.
Un’altra è fingere che gli altri non esistano.
DOPPIO
«Il problema non è Dante. »
DIRETTORE
«E qual è?»
DOPPIO
«Che vuoi presentarlo come figlio unico.»
DIRETTORE
«Non capisco.»
DOPPIO
«Certo che non capisci.
Hai già preparato la fotografia di famiglia.
Dante davanti.
Beatrice accanto.
Le virtù teologali dietro.
E il cannibale tagliato fuori con Photoshop.»
La giovane redattrice rise.
Il Direttore no.
DIRETTORE
«Non c’è nessun Photoshop.»
DOPPIO
«Editorialmente è la stessa cosa.»
VOCE NARRANTE
Fu allora che la giovane redattrice intervenne.
GIOVANE REDATTRICE
«A me, comunque, Dante sembra un riferimento più coerente.»
DOPPIO
«Lo sapevo.»
GIOVANE REDATTRICE
«Cosa?»
DOPPIO
«Che avresti scelto Beatrice.»
GIOVANE REDATTRICE
«Perché è Dante.»
DOPPIO
«Esatto.»
GIOVANE REDATTRICE
«E non è una buona ragione?»
DOPPIO
«È un’ottima ragione.
Solo che non è una prova.»
La ragazza lo guardò.
GIOVANE REDATTRICE
«Prova di cosa?»
DOPPIO
«Che il Direttore preferisce il parente elegante.»
DIRETTORE
«Adesso basta.»
DOPPIO
«Perché?»
DIRETTORE
«Perché stai trasformando una scelta editoriale in una questione morale.»
DOPPIO
«No.
Sto trasformando una scelta editoriale in una scelta editoriale.
Sei tu che vuoi trasformarla in una genealogia nobiliare.»
La redattrice anziana sollevò finalmente gli occhi dal computer.
REDATTRICE ANZIANA
«Io comunque prenderei il cannibale.»
Il Doppio sorrise.
DOPPIO
«Lo sapevo.»
DIRETTORE
«Siete incredibili.»
REDATTRICE ANZIANA
«No.
Abbiamo solo smesso di vergognarci dei parenti.»
VOCE NARRANTE
Il Direttore avrebbe potuto chiudere la questione in quel momento.
Avrebbe potuto dire che un nome è un segno, che il significato di un segno dipende anche dall’uso che se ne fa, che una rivista ha il diritto di costruire la propria identità e che nessuno è obbligato a scegliere l’interpretazione più scomoda.
Tutto vero.
Ma il Doppio aveva un altro problema da sottoporgli.
Il Manifesto.
Nel Manifesto editoriale di Caribo, infatti, la complessità non veniva trattata come un incidente da correggere.
Era dichiarata come metodo.
Attraversare linguaggi.
Mettere in relazione cultura, arte, società, tecnologia, editoria e contemporaneità.
Partire dal concreto.
Risalire al concetto.
Tornare al concreto.
E soprattutto non eliminare la complessità per renderla più facile da consumare.
Il Doppio aveva letto il Manifesto.
Quasi tutto.
Ed era proprio questa la sua disgrazia.
DOPPIO
«Ho una domanda.»
DIRETTORE
«Sentiamo.»
DOPPIO
«Il Manifesto vale anche quando il significato non ci fa fare bella figura?»
Silenzio.
La giovane redattrice guardò il Direttore.
La redattrice anziana sorrise.
DIRETTORE
«Naturalmente.»
DOPPIO
«Allora dobbiamo tenere dentro anche il cannibale.»
DIRETTORE
«Non necessariamente.»
DOPPIO
«Perché?»
DIRETTORE
«Perché il significato che attribuiamo al nome dipende anche dall’intenzione di chi lo sceglie.»
DOPPIO
«Finalmente.»
DIRETTORE
«Finalmente cosa?»
DOPPIO
«Hai ammesso una cosa interessante.»
DIRETTORE
«Quale?»
DOPPIO
«Che una cosa può significare qualcosa e che tu puoi desiderare che significhi qualcos’altro.»
DIRETTORE
«È normale.»
DOPPIO
«Normalissimo.
È il principio su cui si fondano metà delle presentazioni aziendali.»
REDATTRICE ANZIANA
«E quasi tutte le biografie.»
Il Doppio annuì.
DOPPIO
«E qualche manifesto.»
DIRETTORE
«Stai esagerando.»
DOPPIO
«No.
Sto leggendo.»
VOCE NARRANTE
Era questo il punto.
Il Doppio non era contrario ai sogni del Direttore.
Era contrario alla loro promozione a fatti compiuti.
Il Direttore immaginava ciò che Caribo sarebbe potuto diventare.
Il Doppio controllava ciò che Caribo era.
Il Direttore costruiva una visione.
Il Doppio chiedeva le fondamenta.
Il Direttore vedeva il futuro.
Il Doppio controllava i documenti.
Non erano nemici.
Erano una coppia editoriale mal assortita.
Uno aveva bisogno di sognare.
L’altro aveva il pessimo vizio di ricordare.
DOPPIO
«Tu sogni.
Io verifico.»
DIRETTORE
«Tu rovini tutto.»
DOPPIO
«No.
Io impedisco che tu lo racconti prima che sia successo.»
La giovane redattrice sorrise.
GIOVANE REDATTRICE
«Questa era cattiva.»
REDATTRICE ANZIANA
«Era vera.»
DOPPIO
«È la mia specialità.»
VOCE NARRANTE
Forse il Doppio era proprio questo.
Non il cinico.
Non il guastafeste.
Non quello che dice sempre no.
Era la coscienza del Direttore.
Ma una coscienza particolare.
Una coscienza che non si accontentava del sentimento della verità.
Voleva i fatti.
E quando trovava un fatto che disturbava il racconto, aveva la pessima abitudine di portarlo in sala riunioni.
Il cannibale era uno di quei fatti.
Non perché il Doppio amasse i cannibali.
Non perché odiasse Dante.
Ma perché il cannibale era il parente che nessuno aveva invitato.
Quello che arriva alla festa senza essere stato chiamato.
Quello che conosce la famiglia.
Quello che sa da dove viene il cognome.
Quello che, nel momento peggiore, può perfino tirare fuori le fotografie.
DOPPIO
«Io non voglio togliere Dante.»
DIRETTORE
«Meno male.»
DOPPIO
«Voglio aggiungere il cannibale.»
DIRETTORE
«Perché?»
DOPPIO
«Perché è lì.»
DIRETTORE
«Non è il significato che abbiamo scelto.»
DOPPIO
«Lo so.
È il significato che non hai scelto.
Ed è molto più interessante.»
Silenzio.
La redattrice anziana guardò il Direttore.
REDATTRICE ANZIANA
«Ha ragione.»
DIRETTORE
«Naturalmente.»
REDATTRICE ANZIANA
«No.
Questa volta proprio. »
VOCE NARRANTE
Il Direttore rimase qualche secondo in silenzio.
Poi provò l’ultima difesa.
DIRETTORE
«Quindi secondo te dovremmo chiamarci Càribo?»
DOPPIO
«No.»
DIRETTORE
«No?»
DOPPIO
«Dovete chiamarvi Caribo.»
DIRETTORE
«Senza accento? »
DOPPIO
«Senza accento.»
DIRETTORE
«E allora tutta questa discussione?»
Il Doppio sorrise.
DOPPIO
«Serve a ricordarti che sotto una parola apparentemente semplice possono esserci Dante, Beatrice, i Caribi, Colombo, i cannibali, la storia, la letteratura e una quantità imbarazzante di fraintendimenti. »
REDATTRICE ANZIANA
«Che poi è esattamente quello che fanno le parole. »
GIOVANE REDATTRICE
«E che dovrebbe fare una rivista.»
Il Direttore guardò entrambe.
Poi guardò il Doppio.
DIRETTORE
«Questa frase la mettiamo.»
DOPPIO
«Quale? »
DIRETTORE
«Quella della rivista.»
DOPPIO
«Troppo tardi.»
DIRETTORE
«Perché?»
DOPPIO
«L’ha detta lei.»
Indicò la giovane redattrice.
DOPPIO
«Io preferisco il cannibale.»
VOCE NARRANTE
E così la questione dell’accento rimase irrisolta.
Che, per una rivista che aveva fatto della complessità una dichiarazione editoriale, era probabilmente la conclusione più coerente.
Caribo restava Caribo.
Dante restava Dante.
I Caribi restavano i Caribi.
E il Doppio restava lì.
Non per impedire al Direttore di sognare.
Per impedirgli di riscrivere la realtà dopo averla sognata.
Perché il Direttore aveva un talento particolare per vedere ciò che Caribo sarebbe potuto diventare.
Il Doppio aveva un talento ancora più fastidioso:
ricordargli ciò che era già.
E c’era una differenza.
Una visione può essere costruita.
Un fatto, invece, bisogna sopportarlo.
Forse, allora, Caribo non deve scegliere tra il carìbo di Dante e il càribo dei Caribi.
Forse deve avere abbastanza coraggio da sapere che entrambi esistono.
Il Direttore può continuare a guardare Beatrice.
La giovane redattrice può continuare a difendere Dante.
La redattrice anziana può continuare a stare dalla parte del cannibale.
E il Doppio può continuare a fare il suo lavoro.
Quello più ingrato.
Quello che nessuno gli ha chiesto.
Quello che però, prima o poi, serve.
Ricordare che una cosa è ciò che sogni.
Una cosa è ciò che racconti.
E un’altra ancora è ciò che puoi dimostrare.
Il Direttore prese la penna.
DIRETTORE
«Va bene.
Caribo.»
DOPPIO
«Caribo.»
DIRETTORE
«E basta.»
DOPPIO
«Per me va benissimo.»
DIRETTORE
«Davvero?»
DOPPIO
«Certo.
Poi, quando qualcuno chiederà perché ci chiamiamo così, gli racconteremo tutto.»
DIRETTORE
«Tutto?»
DOPPIO
«Dante.
Beatrice.
I Caribi.
Colombo.
Il cannibale.
Il fraintendimento.»
DIRETTORE
«E se non volesse saperlo?
Il Doppio sorrise.
DOPPIO
«Allora gli diremo che è solo un nome.»
Pausa.
DOPPIO
«Ma lo sapremo entrambi che stiamo mentendo.»
VOCE NARRANTE
Fu così che il parente bastardo rimase nella famiglia.
Non sulla carta intestata.
Non nel logo.
Non nell’accento.
Ma nella storia.
E forse era proprio quello il posto che gli spettava.
Perché una rivista che pretende di leggere la contemporaneità non può permettersi di scegliere soltanto i parenti presentabili.
Deve conoscere anche quelli che arrivano senza invito.
Quelli che disturbano il pranzo.
Quelli che ricordano agli altri da dove vengono.
Quelli che, soprattutto, hanno la pessima abitudine di dire la verità quando sarebbe molto più elegante tacere.
Il Doppio era uno di quelli.
Il suo compito non era distruggere la visione.
Era impedirle di diventare una leggenda prima ancora di essere diventata realtà.
E così, quando il Direttore tornava a parlare di futuro, il Doppio tornava a parlare di fatti.
Quando il Direttore vedeva Beatrice, il Doppio ricordava il cannibale.
Quando il Direttore vedeva un’identità, il Doppio vedeva una storia.
Quando il Direttore vedeva un nome, il Doppio vedeva i suoi parenti.
E quando il Direttore, finalmente, gli chiese:
DIRETTORE
«Dimmi almeno una cosa.
Perché sei così fissato con questo cannibale?»
Il Doppio lo guardò.
Poi guardò il nome sulla pagina.
E sorrise.
DOPPIO
«Perché è il parente che volevi nascondere.»
Pausa.
DOPPIO
«E io, per principio, sto sempre dalla parte di quello che qualcuno cerca di nascondere.»
VOCE NARRANTE
Il Direttore non rispose.
La giovane redattrice tornò al computer.
La redattrice anziana continuò a sorridere.
E Caribo rimase lì, senza accento.
Come tutte le parole che hanno già cominciato a dire più di quanto i loro proprietari avessero previsto.
Il resto, naturalmente, dipendeva dal lettore.
E dalla quantità di verità che era disposto a sopportare.
– D. Malecogita
Nota dell’autore
Platone, nella Repubblica, racconta di uomini che scambiano le ombre della caverna per la realtà.
Forse è una buona immagine anche per una parola.
Possiamo scegliere di vedere nel nome Carìbo il richiamo elegante a Dante, a Beatrice e all’«angelico caribo». Ma questo non significa che l’altro significato, quello dei Caribi e del cannibale, smetta di esistere.
Il Doppio, in fondo, fa soltanto questo: ricorda che ciò che preferiamo vedere non cancella ciò che c’è.
Le rappresentazioni sono fatte della realtà. Ma non sono necessariamente la realtà.